Festival del Film di Roma 2014. Apre ‘Soap Opera’ ed è subito delusione

Parte oggi la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Cerimonia di apertura col debole “Soap opera” di Alessandro Genovesi. Salva la giornata Burhan Qurbani

Festival del Film di Roma 2014 (kiamarsi.it) - Copia

Che la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma fosse incentrata su un fattore maggiormente predisposto verso una concezione, per così dire, popolare c’era da aspettarselo dopo svariati commenti, numerose critiche (anche non delicatissime) e dichiarazioni finali nei confronti e ad opera della conduzione generale targata Marco Muller (alla sua terza e, forse, ultima esperienza capitolina) e Paolo Ferrari. Popolare, dunque, ma forse anche un po’ troppo popolana stando alla consistenza di certe scelte relative alla proposta sui grandi schermi dell’Auditorium Parco della Musica.

APERTURA FALLIMENTARE E ASSERVITA ALLE PRETESE POPOLANE - Selezionare un film come Soap opera di Alessandro Genovesi (voto: 3) come pellicola di apertura di un Festival che, vuoi o non vuoi, al momento non è più un festival (per qualcuno, addirittura, non lo è mai stato ma, in questo senso, si precipita nell’eccesso di libertà da sproloquio) equivale a sottoscrivere una, magari, non precisissima ma comunque importante scelta direzionistica. Malgrado le sincere e appassionate intenzioni di rinnovamento semplicistico della kermesse capitolina, l’opera di Genovesi propone le sue intenzioni di diversificazione produttiva nell’ambito (mai facilissimo) della commedia italiana fallendo, però, l’obiettivo di innestare in un non-più-genere qualcosa di proveniente dalla creatività d’oltremanica (in primis un certo Wes Anderson, ma anche Michel Gondry o Spike Jonze) senza però, purtroppo, riuscirci nemmeno lontanamente. Anzi, ciò che emerge sullo schermo è qualcosa di talmente sconclusionato da risultare irritante per quanto dichiaratamente semplice, garbata, sincera e personale sia stata la predisposizione dell’autore («Non mi piace il mondo che c’è lì fuori – dichiara Genovesi – Rappresentarlo, per me, sarebbe stato fuori luogo») dinanzi a una sceneggiatura fin troppo scarna e un cast pieno di personalità note al grande pubblico. Avendo a disposizione un budget corposo e un collettivo artistico di tutto rispetto (Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Ale e Franz, Cristiana Capotondi), Genovesi non riesce né a scopiazzare una qualunque maestranza di riferimento, né a porre in essere un qualsivoglia tentativo di rinnovamento per un cinema nazionale (più che per un unico genere) praticamente all’estrema unzione se si considera la presa di posizione dell’opinione pubblica e di certa carta stampata (che questo film non solo lo ha goduto pienamente e applaudito – sommergendo alcuni fischi che stanno ancora chiedendo audizione – ma anche elogiato).

Il cast di "Soap opera" (screenweek.it)

Il cast di “Soap opera” (screenweek.it)

SOAP OPERA – Limitatamente alla storia raccontata dal film (se può essere definita storia), Soap opera (nelle sale dal 23 ottobre) è un tentativo di film corale in cui Francesco (De Luigi) si ritrova a dover fronteggiare la depressione neo-paternalista e pseudo-omosessuale di Paolino (Ricky Memphis), suo amico di vecchia data, e la folgorazione per l’arrivo di Francesca (Elisa Sednaoui), fidanzata di un vicino di casa appena deceduto per suicidio (interpretato dallo stesso Genovesi, già esperto attore teatrale), malgrado il suo cuore sia ancora direzionato verso la sua ex Anna (Capotondi). Nello stesso palazzo abitano anche Alice (Chiara Francini), star di una scialba soap opera televisiva, e una coppia di fratelli, Gianni e Mario (Ale e Franz), di cui uno è il proprietario del palazzo mentre l’altro è costretto su una sedia a rotelle in seguito ad un incidente. L’arrivo di Gaetano, maresciallo dei Carabinieri (Abatantuono) incaricato di svolgere indagini sul suicidio, coinvolgerà tutti gli abitanti del palazzo in scambi amorosi e intrecci vari.

IL PERICOLOSO FATTORE “NOANTRI” – Il film, in sé, è sostanzialmente sconclusionato per non dire imbarazzante. Un’unica nota di mezzo merito va alla cura di un calore fotografico (derivante anche da riprese effettuate in 35 millimetri) diametralmente opposto ad una ricercata artificialità e freddezza esterna, sia in senso drammaturgicamente diegetico che metaforicamente esplicativo. Per il resto, stentiamo a capire il motivo per cui, tra le tante proposte di nome e costo nettamente inferiore ma di gran lunga più pregevoli di questa, il Festival (Festa?) abbia optato per un film che, forte addirittura di numerosi incentivi di Tax Credit nonché della nomenclatura di Interesse Culturale Nazionale, in fin dei conti non fa altro che confermare il preoccupante abbassamento dell’asticella di un qualunque comune senso del valore realmente culturale di settore.

Il dato più deprimente riguarda proprio la possibilità gratuitamente concessa a opere poco consone al contesto di legittimare particolari predisposizioni spettatoriali normalmente adibite unicamente alla normale fruizione di sala. Regalare (oltre al potere artisticamente giuridico ad un pubblico non ancora – forse mai – pronto al vero senso di un festival cinematografico degno di definirsi tale) l’apertura di una kermesse di rilevanza internazionale a un’opera del genere, così come riservarne la chiusura a personalità (Ficarra e Picone) che poco se non nulla hanno a che vedere con la consistenza di una simile manifestazione, rischia di diventare troppo facilmente sinonimo di servilismo nei confronti della massa italiana media della quale, onestamente, non conviene mai più di tanto fidarsi ciecamente. La speranza, in definitiva, è quella di aver assistito pressappoco a una sorta di esperimento isolato dalle restanti proposte.

Un fotogramma da "Wir sind jung. Wir sind stark" di Burhan Qurbani (ufa-fiction.de)

Un fotogramma da “Wir sind jung. Wir sind stark” di Burhan Qurbani (ufa-fiction.de)

LA RICERCA DELLA SERIETA’ – Dopo la cancellazione di The dead end di Cao Baoping dalla sezione Gala per motivi legati al non aver ottenuto il visto cinese (dati gli ultimi eventi, la cosa è da mettere in conto), a salvare la prima giornata del Festival del Film di Roma 2014 è Burhan Qurbani, nella sezione Cinema d’Oggi, con l’intensissimo e più che notevole Wir sind jung. Wir sind stark / We are young. We are strong (voto: 7), pellicola incentrata sui reali fatti che nell’agosto del 1992 coinvolsero la cittadina tedesca di Rostock in quella che è passata alla storia come “la notte di fuoco” stando alla consistenza delle violenze perpetrate da parte di gruppi neonazisti nei confronti di intere famiglie di immigrati.

Figlio di Martin, un influente personalità politica (Devid Striesow), il giovane Stefan (Jonas Nay) vive di rabbia, rassegnazione e disoccupazione da sfogare in saccheggi notturni e scontri con la polizia. Al contempo, la giovane vietnamita Lien (Trang Le Hong, studentessa alla primissima esperienza dinanzi alla macchina da presa), rifiuta la decisione familiare di rientrare in patria ma vive anche nell’incertezza riguardante la possibilità di un suo futuro in Germania malgrado tutte le carte legali siano al proprio posto. Martin, di suo, è colto dalla tremenda indecisione tra il fare carriera e lottare per i propri ideali completamente opposti a quelli del figlio che lo costringe ad assumersi le responsabilità delle sue azioni vandaliche.

Su un così corposo ed imponente scenario, Qurbani delinea (tra il bianco e nero alienante delle psicologie individuali e il colore oscuro della più cruda realtà dei fatti) un ritratto non tanto storico quanto complementarmente significante se si prende la sua splendida opera e la si affianca a diversi contesti socio-politici attuali. Sullo sfondo di una storia locale che, nell’epoca considerata, ha smesso di offrire spunti di riflessione critica su eventuali decisioni politiche ed esistenziali da prendere o dalle quali distaccarsi definitivamente, quello di Qurbani è un discorso di ampio respiro che parte dalle singole vicende per trasformarne il corposo insieme in qualcosa di universalmente ascrivibile alle più profonde sfaccettature dell’animo umano. Wir sind jung. Wir sind stark, insomma, non è soltanto un film su “una” Germania, ma è un film sulle “tante possibili germanie” che insidiano l’essere umano senza distinzione geografica territoriale. La speranza, in questo caso, è di vedere presto questa pellicola anche sugli schermi italiani con il tentativo di ricercare, fin dove possibile, una cura per certe ideologie sopravviventi anche nel nostro ambiguo stivale.

(Foto: screenweek.it / ufa-fiction.de)

Stefano Gallone

@SteGallone

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