Festival del Film di Roma. Ultime pellicole in concorso

Una scena di "Un cuento chino"

ROMA – Le buone notizie non tardano ad arrivare. Siamo lieti di venire a sapere ufficialmente, infatti, che il bellissimo Hotel Lux del tedesco Leander Haussmann (del quale abbiamo già parlato in precedenza), in concorso alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, avrà una distribuzione italiana. Il film che ha tanto stimolato applausi sia di pubblico che di critica nei giorni scorsi tra anteprime ufficiali, proiezioni stampa e repliche varie nel corso della rassegna, dunque, verrà diffuso nel nostro paese da Archibald Film (distributore internazionale Baviera Film).

Nel frattempo, superata la sostanziale delusione per l’assenza del signor Martin Scorsese per l’anteprima di una sequenza del suo imminente Hugo Cabret, primissimo esperimento in 3D per la filmografia del cineasta newyorkese che, come comunica egli stesso in un video di saluto, gli sta permettendo di “riscoprire un po’ il cinema”, sorprende il giovanissimo regista e sceneggiatore statunitense Jaffe Zinn, autore della notevolissima pellicola indipendente Magic valley (in concorso, con Scott Glenn, Kyle Gallner, Johnny Lewis), affascinante tratteggio morale incentrato sul senso di perdita sia materiale che, in misura nettamente maggiore, spirituale, per una raffigurazione in immagini di complesse psicologie annidate nelle sperdute valli dell’Idaho, dove un omicidio più o meno involontario riesce ad unire vite, situazioni e condizioni morali facendo da “MacGuffin” a vantaggio di una struttura intrecciata votata a fare del film stesso uno strumento di immersione spettatoriale (l’ottimo e cupissimo sonoro, assieme ad un ritmo lento ed inesorabile, in questo padroneggiano) utile a svelare debolezze e nullità caratterizzanti un lato dell’umanità ineluttabilmente destinato alla perdizione e ad un vuoto esistenziale senza via di scampo né ritorno.

Mentre Wim Wenders ha svelato in anteprima i suoi esperimenti (anche per lui i primi in assoluto) con l’uso del 3D per il suo bel Pina (omaggio a Pina Bausch, una delle più grandi rivoluzionarie della danza del secolo scorso, nonché sua amica), testimonianza di come, per il regista tedesco, le nuove tecnologie non siano solo utili per il genere fantascientifio computerizzato ma, in sostanza, siano rivolte anche e soprattutto ad una ben più approfondita sperimentazione concettuale, è stato presentato in anteprima ufficiale ieri sera, invece, una delle migliori pellicole in concorso viste fino a questo momento nel corso della kermesse capitolina. Stiamo parlando di Un cuento chino (di Sebastiàn Borenzstein, con Ricardo Darin, Santa Ana, Huang Shen, Huang Muriel), anch’esso, per fortuna, acquistato dalla Archibald Film per una distribuzione italiana: pellicola incentrata sulla storia di Roberto, ferramenta di origini italo-latine ai cui piedi piomba letteralmente un ragazzo cinese di identità a lui ignota ma, in realtà, proveniente da una recente sciagura tanto tragica quanto assurda che ha visto la moglie, in procinto di divenire sua sposa, uccisa da…una mucca piombata inspiegabilmente giù dal cielo. Ci siamo trovati di fronte, in sostanza, ad un ottimo film, potenziale aspirante al Marc’Aurelio per via di una struttura tragicomica molto ben gestita soprattutto nella trascrizione del profilo umano di ogni singolo personaggio, nonché ruotante su un particolare concetto di destino classificato sia come simbolo estremo di assurdità cosmica (esistono le coincidenze?) che, soprattutto, come pilastro portante di una continuità universale senz ala quale la vita stessa non sarebbe nominabile come tale.

Delude, invece, Voyez comme ils dansent (in concorso) del francese Claude Miller che, nonostante la presenza della nostrana Maya Sansa, non convince tanto da un punto di vista sensoriale quanto nel buon montaggio alternato iniziale e, soprattutto, nell’ottima interpretazione maschile di James Thiérrée nei panni di Vic, istrionico comico intellettualoide e depresso, la cui scomparsa improvvisa diviene il perno dell’incontro tra le due donne amate, una filmaker e un’infermiera di origine Mohawk. Nel tentativo di sviluppare una narrazione puramente interiore dei forti e complessi dolori riscontrabili in animi femminili tormentati da sensi di colpa e crisi di identità, Miller scivola, però, su una sceneggiatura poco funzionale al disvelamento di stati d’animo e ansie inizialmente elevate come mezzo di trasporto per le emozioni spettatoriali. Il risultato è un film mal riuscito, partito con l’intento di stringere tra le mani l’anima dell’osservatore ma giunto a destinazione senza particolari risvolti né cotenuti salvabili.

 

James Thiérrée in "Voyez comme ils dansent"

Per la sezione L’altro cinema / Extra curata da Mario Sesti, invece, è da segnalare il buon documentario Bobby Fischer against the world di Liz Garbus, prodotto dal canale televisivo statunitense HBO. Attraverso un’accurata descrizione del soggetto in questione, il film affronta la fama e, soprattutto, la contorta psicologia del campione mondiale di scacchi più acclamato e ammirato su scala mondiale. Genialità, follia, isterismo, claustrofobia ed inesorabile declino vengono raccontati attraverso fasi paragonabili alle varie sezioni di una vera partita a scacchi fino al “check” conclusivo, tanto triste quanto definitivamente approdato in archivio sotto l’etichetta “leggenda”.

Attesa per la prima ufficiale del cinese (purtroppo mediocre) Love for life (Zui Ai, con Zhang Ziyi, Aaron Kwok), ottimo soggetto basato sull’amore incontrastabile tra due giovani facenti parte di un villaggio separato dal resto della civiltà perché contente persone malate di AIDS a causa di illeciti e speculatori traffici di sangue, ma poco curata sceneggiatura per una narrazione che, con molta probabilità, avrebbe meritato una maggiore e meglio organizzata introspezione. Fatta eccezione per infantili errori di regia (si vedano inopportune velocizzazioni e caratterizzazioni attoriali), a salvare la pellicola, con molta probabilità, sono le sue ultime due sequenze, dimostrazione di come se si fosse trattato in modo simile anche il resto del film ci si sarebbe ritrovati davanti ad un prodotto di ottima fattura.

Di fondamentale importanza è segnalare, infine, la proiezione del documentario 148 Stefano. Mostri dell’inerzia di Maurizio Cartolano, film incentrato sulla tragica vicenda di Stefano Cucchi, alla cui presentazione seguirà un incontro-dibattito con il giornalista Marco Travaglio, la sorella di Stefano, Ilaria, e Antonio Padellaro, direttore del Fatto Quotidiano.

Stefano Gallone


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