Festival del Film di Roma. Standing ovation per Hotel Lux

Un fotogramma di "Hotel Lux"

ROMA – Ne siamo coscienti. Almeno sul piano esclusivamente economico (perché di questo si tratta), la giornata di domenica 30 ottobre avrebbe dovuto essere trascorsa all’insegna dell’intrattenimento da baraccone sulla scia della prima parte dell’ennesimo capitolo della saga Twilight, ovvero Breaking down. In realtà si riesce bene a superare il pur difficile compito di non far caso alle centinaia di fastidiose ragazzine (anche alquanto cresciute, ahinoi) accorse fin dalle prime ore del mattino sul red carpet capitolino pur di avvicinarsi a ciò che considerano un agglomerato di chissà quali dei o semidei da blockbuster, non essendo però abili, nella sostanza, di comprendere le proprie personalissime (e globalmente condivise) frustrazioni alle quali, masochisticamente, vanno quotidianamente incontro (muoia, una volta per tutte, questo particolare concetto di Hollywood con tutti gli hollywoodiani dell’ultim’ora).

In tutto ciò, mentre sfilano, tra il delirio dei demenziali osannanti, Nikki Reed e Jackson Rathbone vestiti come fossero al matrimonio di chissà quale reale, quasi ci si dimenticava, purtroppo, di aver assistito, il giorno prima, ad uno dei film più belli passati in rassegna fino ad oggi alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Stiamo parlando del geniale Hotel Lux (che, per fortuna, sembra aver convinto i distributori italiani che ci faranno, quindi, la sacrosanta grazia di farlo uscire nel nostro paese), diretto da Leander Haussman ed interpretato da un perfetto Michael Herbig (applauditissimo) nei panni di un attore, Hans Zeisig, a cui viene attribuito un gran successo per via di uno sketch da cabaret nel quale interpreta un istrionico Stalin al fianco del collega e buon amico Siggi Meyer (un altrettanto bravo Jurgen Vogel) che, invece, veste i panni di Hitler. C’è solo un problema: siamo nella Germania nazista del 1939 e, di conseguenza, il loro essere anche fin troppo ironici li porta a dividersi forzatamente: Meyer fugge via e non lascia traccia di sé, mentre Zeisig, nel tentativo di raggiungere la tanto desderata Hollywood, sbarca a Mosca tra le mura del fatidico Hotel Lux, luogo di recupero e “detenzione” delle personalità sovversive che, in seguito, formeranno la DDR. Zeisig, dunque, da semplice viandante, si ritrova catapultato al fianco di Stalin (quello vero) in una situazione paradossale (e irreale) nella quale due regimi totalitari arriveranno ad accomunarsi anche e soprattutto per causa sua. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro. Distaccandosi da quel filone di nuovo cinema tedesco incollato a pur importanti ed imponenti logiche narrative di una drammaticità strettamente legata ad eterni traumi di una nazione vissuta per un intero secolo sotto il segno del totalitarismo più disparato quanto unificato sotto il segno della violenza e del’estrema pressione psicologica, proprio su queste basi Haussman costruisce un ottimo spaccato tragicomico simboleggiante l’inaffidabilità di qualsivoglia dottrina idealista attraverso una continua e precisa presa in giro di potenze nefaste in un contesto diegetico ambientato in periodo pre-bellico ma ovviamente riferibile alle ultime decadi di una nazione ancora sofferente di pesanti lacerazioni interne. Da vedere.

Applausi sinceri sono arrivati anche per Cedric Kahn per il suo bellissimo Une vie meilleure, storia di due trentenni, Yann (un bravissimo Guillaume Canet) e Nadia (Leila Bakhti) con il sogno di una vita insieme fatta di amore, gioia e sogni da realizzare prontamente stroncata, però, da sfortune ed impossibilità astronimoche legate ad una realtà quanto più crudele, insensata ed irriverente nei confronti di due semplici giovani con l’unico desiderio di vivere in pace. Non sarà così per Yann che, costretto da una sempre più occultata assenza dell’amata Nadia, sarà costretto a prendersi cura, oltre che di se stesso e dei suoi mille debiti, anche del piccolo figlio della donna, nel frattempo scomparsa dopo essere approdata in Canada in cerca di lavoro. Un dramma profondo, intens, pieno di rabbia e frustrazione ma anche di determinazione nel non lasciarsi abbattere da logiche capitaliste di puro malcostume umano. Chiari i riferimenti alla realtà oggettiva non unicamente di riscontro francofono.

Sempre in concorso, La femme du cinquiéme di Pawel Palinowski non convince molto, nonostante l’ottima interpretazione di un Ethan Hawke perfetto (seppur mai sopra le righe) nei panni di Tom, professore e promettentissimo scrittore statunitentse di ritorno in Francia per riconquistare la fiducia e l’affetto di moglie e figlioletta. Colpisce di sicuro una regia molto precisa e dettagliata, mai ingenua né scontata nella scelta del taglio di inquadrature quasi sempre funzionali alla narrazione di ciò che deve andare oltre il film stesso (apparentemente disomogeneo e, specialmente nella seconda metà, poco comprensibile) per essere pienamente assorbito.

Una scena tratta da "Une vie meilleure" di Cedric Kahn

Mentre From the sky down di David Guggenheim traccia bene un profilo estremamente umano degli U2 di Achtung Baby, partendo dalla crisi di identità del post dittico The Joshua tree / Rattle and hum per approdare alle soluzioni sia stilistiche che interiori di uno dei migliori dischi della storica band irlandese, Mon pire cauchemar di Anne Fontaine (fuori concorso) fa della sempre eccezionale Isabelle Huppert una curatrice di mostre d’arte concettuale alle prese con il volgare padre di un amico del figlio (Benoit Poelvoorde). Due mondi completamente diversi ma, in sostanza, poli opposti che si attraggono in una commedia tanto simpatica e ben scritta quanto fondamentalmente poco utile se non sprecata per un’attrice di quel calibro a disposizione.

Per la giornata di oggi, invece, è atteso il maestro Martin Scorsese per la presentazione del suo nuovo (ed inedito, visto il genere) Hugo Cabret, primo esperimento in 3D per il regista newyorkese nonché raro accostamento della sua particolare personalità ad un genere apparentemente poco consono alle sue corde come quello del film per ragazzi. Nel cast figurano comunque elementi di spessore come Jude Law, Ben Kingsley e Sacha Baron Cohen.

Da non sottovalutare anche l’arrivo in anteprima del thriller drammatico scandinavo Babycall (in concorso) per la regia di Pal Sletaune, storia di una ragazza madre affetta da forti ansie per il figlio da lei stessa prelevato dal contesto familiare per fuggire via da un padre estremamente violento. Stabilitasti in un grosso prefabbricato di periferia, tutto sembra tornare all’ordine del giorno fino a quando, però, la giovane donna decide di comprare un babycall per meglio controllare il figlio nella stanza adiacente alla sua, trasmettitore che, però, provocherà in lei forti spaventi nel momento in cui comincia a catturare segnali esterni fatti di urla, imprecazioni e affannate richieste di aiuto. Interessante per via del fatto che dietro una trama apparentemente lineare si annida il vero senso della narrazione impigliato in trame extrafilmiche di notevole fattura.

Stefano Gallone

 

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