Festival del Film di Roma. Sprint finale

Una scena da "Un giorno questo dolore ti sarà utile"

ROMA – Volge al termine, tra alti e bassi, la sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, ma non sono mancati, in questi ultimi due giorni, proiezioni importanti di pellicole degne di considerazione. Prima di tutte, forse, il bellissimo documentario dello statunitense Peter Richardson, ovvero How to die in Oregon (sezione extra, in concorso), toccantissimo ed istruttivo spaccato per immagini riguardante una particolare legge dello stato nordamericano (l’Oregon, appunto) che prevede la possibilità, per i cittadini residenti, di scegliere di porre fine alla loro esistenza terrena attraverso un “suicidio assistito” (che suicidio, però, non è). A stabilire tale legittimità è un referendum popolare risalente al 1994, grazie al quale molti malati terminali hanno potuto scegliere di porre fine alle loro sofferenze, dovute a malattie incurabili, con l’aiuto di apposite associazioni votate a tale scopo. Si tratta di un film estremamente forte e di una sensibilità senza pari, sentimento molto ben costruito in maniera assolutamente naturale e umana attraverso il ripercorrimento dei motivi che hanno spinto i diretti interessati (tutti protagonisti del film) a prendere una simile decisione. Ne emerge un vero e proprio atto d’amore per l’umanità (anche se riferito al lato possibilitato economicamente a sostenere una scekta del genere) e una dichiarazione non belligerante di lotta a conformismi morali e filoreligiosi di ogni sorta.

Ritornando al settore dei film di fiction, desta buone impressioni il nuovo lavoro di Roberto Faenza. Un giorno questo dolore ti sarà utile, infatti, tratto dall’omonimo romanzo di Peter Cameron (2007), ben impressiona attraverso la narrazione delle vicende tardoadolescenziali del giovane James (un bravissimo Toby Regbo), tragicomicamente immischiato in una particolare fase della sua vita fatta di incomprensioni verso se stesso e, di conseguenza, verso il mondo circostante, nel quale aleggiano con minimali spunti di vita reale la madre Marjiorie (Marcia Gay Harden), detentrice di una squinternata galleria d’arte concettuale nonché instabile collezionatrice di mariti, il padre Paul (Peter Gallagher), prossimo alla pedofilia e maniaco della plastica facciale e la sorella Gillian (Deborah Ann Woll) contrariamente invaghita di un professore di semiotica. Mentre tutti accusano James di non essere “normale”, è lo stesso ragazzo a far notare agli altri, passo dopo passo, come il concetto di normalità sia aleatorio (proprio come il valore artistico di veri e propri bidoni per l’immondizia) e come, in effetti, a non essere “normale” sia proprio chi gli sta attorno pretendendo di impartirgli insegnamenti vitali.

 

Il cast di "La kryptonite nella borsa"

È possibilie giudicare in maniera soddisfacente, poi, l’esordio alla regia dello scrittore e sceneggiatore napoletano Ivan Cotroneo (l’autore della fortunata serie televisiva Rai Tutti pazzi per amore e la penna di film come Mine vaganti di Ferzan Ozpetek o Dillo con parole mie di Daniele Luchetti). Il suo La kryptonite nella borsa, infatti, oltre ad essere un buon film corale dove attori di fama ben si uniscono ad esordienti e volti meno noti, è anche un bel racconto (anche se un po’ troppo frammentato) paragonabile ad una sorta di simpatico romanzo di formazione. Peppino (il piccolo e bravo esordiente Luigi Catani) ha nove anni e una famiglia alquanto bizzarra composta da Rosaria (Valeria Golino), una madre depressa e chiusa in un angosciante silenzio dopo aver scoperto che il marito Antonio (Luca Zingaretti) la tradisce. A cercare di distrarre Peppino accorrono i giovani zii Salvatore e Titina (Libero De Rienzo e Cristiana Capotondi), ma il suo più grande amico è il fantasma di Gennaro (Vincenzo Nemolato) riportato in vita dall’immaginazione di Peppino dopo la sua morte, avvenuta per via di una semifollia che lo portava quotidianamente a credersi Superman. Sarà proprio grazie al fantasma di Gennaro che Peppino riuscirà ad affrontare con leggerezza le difficili vicissitudini nelle quali si imbatte, di colpo, una famiglia inizialmente tranquilla e poi sfociata in inadempienze sia generazionali che etiche e sociali.

Non è, però, da escludere completamente dalla nostra attenzione un altro buon prodotto proveniente dalla sezione extra, stavolta fuori concorso. Si tratta di Nuit Blanche, per la regia del bravissimo Frédéric Jardin, un thriller oscuro e mozzafiato (in realtà un cosiddetto “polar”, ovvero il filone noir/thriller francese) carico di azione (ottimo l’uso al cardiopalma della macchina a mano), incentrato in una vera e propria corsa contro il tempo che il poliziotto Vincent (un ottimo Tomer Sisley) deve intraprendere se vuole salvare il figlio dalle grinfie di un narcotrafficante nel cui locale (una discoteca notturna) si fionda per tentare di porre fine ad un beffardo doppio gioco operato da suoi colleghi.

Sulla scia di un ancora aleggiante incontro con un ancora affascinante Richard Gere (per il quale la carriera di attore è “come un viaggio di vita”) per l’assegnazione del Marc’Aurelio alla sua carriera, si attende per oggi la cerimonia di consegna dei Premi Ufficiali con l’attrice Francesca Inaudi a fare da madrina per la serata. Nel frattempo, è in corso la cerimonia di attribuzione dei premi collaterali.

Stefano Gallone

 

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