Festival del Film di Roma. I resoconti

Sebastiàn Borensztein, regista del film vincitore "Un cuento chino"

ROMA – Si è appena conclusa la sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma e le soddisfazioni, in tutta sincerità, non sono mancate. Si tratta, comunque, come di norma, di gradimenti misti ad una piccola ma immancabile percentuale di perplessità tipiche ed ovvie per una manifestazione di simile portata, specie se situata in un contesto profondamente metropolitano come quello della capitale.

Partendo dai tanti “pro”, dunque, c’è da sottolineare la costante dedizione e passione con la quale davvero tutti gli organizzatori (a cominciare dal presidente Gian Luigi Rondi passando per personalità di spessore culturale come Piera Detassis) e gli addetti ai lavori hanno raccolto un quantitativo imponente e qualitativamente di valore allo scopo di dare vita ad un festival che, seppur tra mille difficoltà nel corso dell’ultimo anno, ha saputo attirare un ancora maggior numero di pubblico accorso da tutta Italia e, soddisfazione delle soddisfazioni, anche dall’estero.

I numeri, infatti, parlano chiaro: rispetto all’edizione del 2010 sono stati venduti ben 5.000 biglietti in più per un incasso superiore di 12.000 euro; l’occupazione media dei posti in sala è salita dal 92% della passata edizione al 95% di quest’anno, mentre diminuisce (di poco) il numero di accreditati ma aumenta proporzionalmente l’afflusso scolastico di quasi 5.000 alunni coinvolti per una fascia di età che viaggia tra gli 8 e i 17 anni; maggiore è stato anche il numero dei film proiettati per le selezioni ufficiali (dai 95 dell’edizione passata ai 110 di quest’anno), seppur inferiore è stato il numero degli schermi disponibili (da 21 a 17, dato che ha fatto scattare un pizzico di polemica per via di una carenza di posti e sale che concedessero ad un maggior numero di pubblico la possibilità di assistere alle svariate anteprime mondiali: si tratta di un dato che, per contro, prevede una contropartita positiva legata proprio alla maggior affluenza di spettatori) così come il numero degli accreditati per il Mercato Internazionale del Film; aumenta anche di un quasi 10% l’affluenza di artisti sia italiani che stranieri presenti sul red carpet ma diminuisce (anche se in misura minimale) l’assunzione di personale occupato, fatta eccezione per stagisti, volontari e collaboratori (presumibilmente non retribuiti), il che la dice lunga, anche in questo frangente, sul reale stato delle cose in questo dannato paese.

Rimanendo in tema di soddisfazioni qualitative generali, è lo stesso presidente Rondi a ribadire che si tratta del merito di “un gruppo di lavoro assolutamente coeso ed estremamente capace. Siamo l’unico festival ad avere anche una sezione per documentari e vedrete che molti di questi saranno presto premiati”. Da questo punto di vista, in sostanza, il merito va pienamente attribuito ad uno dei maggiori esponenti della kermesse capitolina fin dai suoi esordi, vale a dire l’ottimo Mario Sesti, curatore della importante sezione L’altro cinema / extra nonché persona di grande qualità sia culturale che umana. “Ho notato che, mentre la stampa cartacea concede molto più spazio ai film in concorso, quella online esplora molto bene anche le altre sezioni – spiega Sesti – Credo sia un fattore fondamentale visto che anche diversi film di questa sezione, come ad esempio Project Nim, dal quale sono state attratte la Sacher e la Feltrinelli, sono stati comprati e, quindi, usciranno presto anche in Italia”. Sesti, inoltre, parla anche di un fondamentale concetto di “scolarizzazione” del cinema, ritenendo di principale importanza la sempre maggiore possibilità concessa alle scuole di portare i propri alunni in sala senza eccessive difficoltà di organizzazione né di spesa, concetto che anche l’attore italiano Giulio Scarpati ha ribadito durante la cerimonia di premiazione ufficiale, ricordando la potenziale utilità dell’inserimento di lezioni di cinema, musica e teatro all’interno dei regolari programmi didattici. Ad ogni modo, come ha annunciato stesso il presidente Rondi fin dall’inizio della rassegna, l’intento di Roma è (come è sempre stato) sempre quello di rendere accessibile “tutto il cinema per tutti”. Pur in una situazione globale completamente allo sbando, dunque, ci riserviamo un filo di immortale speranza.

 

Guillaume Canet, Marc'Aurelio come miglior attore per il film "Une vie meilleure" di Cédric Kahn

Una nota di merito va segnalata anche per quanto riguarda la tecnica di proiezione utilizzata (anche se non per la prima volta in assoluto) nel corso del festival. Un buon (poco più del) 50% delle visioni totali in sala, infatti, ha avuto luogo grazie alla tecnologia digitale 4K, mentre il sito internet Mymovies ha concesso, in alcune occasioni, lo streaming completo di alcuni film dell’edizione precedente che, sfortunatamente, non sono riusciti a trovare una distribuzione, concedendo loro, dunque, un’ulteriore e migliore possibilità di visione. Su un sito ufficiale parallelo a quello principale della kermesse (www.romacinemafest.tv), in più, è stato anche possibile assistere a molti eventi in tempo reale tramite le dirette web.

Giungendo a quello che dovrebbe comunque essere l’elemento più importante, ovvero la sostanza dei giudizi che hanno portato all’attribuzione dei molteplici premi, con tanto di menzioni speciali, possiamo confermare di trovarci d’accordo con il gradino più alto del podio riservato a Un cuento chino di Sebastiàn Borensztein, una pellicola che ha convinto a pieno sia la giuria ufficiale che il pubblico e la critica per via della sua sostanziale semplicità legata a doppia mandata, però, con concetti di fondo che espatriano dal contesto tecnicamente piccolo del film per arrivare al cuore dello spettatore attraverso la rievocazione di concetti enormemente complessi come, primo su tutti, la guerra delle Falkland, combattuta tra Argentina e Regno Unito nel 1982. “Tanto è stata assurda quella guerra quanto assurdo è il concetto stesso di vita che ha il protagonista. Proprio come nel film è assurdo vedere una mucca cade inspiegabilmente dal cielo uccidendo una persona. Eppure, in riferimento alla storia narrata, è un fatto che accade, qualcosa di reale”, spiega Borensztein. Quanto alla scelta di trattare drammi umani ed estremamente personali anche e, talvolta, soprattutto con la semileggerezza di una commedia intelligente, il regista afferma di aver preso “due tragedie per trasformarle in commedia, in modo da stabilire come, per digerire la tragedia stessa, il miglior rimedio sia quello di sorridere. Il mio è un film che parla delle conseguenze di quella guerra assurda. Ho molti amici che l’hanno combattuta: fortunatamente non sono morti in senso fisico, ma di certo una parte di loro è rimasta sepolta lì per sempre”.

Guillaume Canet, Marc’Aurelio come miglior attore protagonista grazie alla sua ottima interpretazione del controverso Yann in Une vie meilleure di Cédric Kahn, un personaggio molto complesso e difficile da intendere per una adeguata trasposizione filmica, ritiene che la chiave della comprensione assoluta risieda nella sua qualità maggiore. “Il mio personaggio – spiega Canet – ha attraversato una vita estremamente difficile, ma quando vede la pur minima possibilità di avere fiducia in qualcosa ecco che subito in lui nasce una speranza. Fa sempre del suo meglio per mantener eil suo orgoglio, specie se in condizioni di povertà. Non cerca mai di farsi compatire ed è proprio questa la sua grande forza”. La pellicola di Kahn, in realtà, avrebbe forse meritato più attenzione su un circuito di valenza internazionale, pieno com’è di riferimenti ad elementi che più reali non potrebbero essere se non profetici per una generazione (intesa su scala mondiale) costantemente costretta a fare i conti con inaudite e spregiudicate cause di forza maggiore, oltre che con se stessa. Confidiamo comunque in una eventuale e adeguata distribuzione anche italiana per meglio capire di cosa stiamo parlando.

Bene anche per Noomi Rapace (famosa per essere stata l’eroina dark di Uomini che odiano le donne), la madre confusionaria ed ipertesa di Babycall (di Pal Sletaune), meritatamente premiata (nonostante l’incertezza in cui il film si circoscrive) col Marc’Aurelio alla miglior attrice protagonista per un’interpretazione molto profonda e sentita, perfettamente coerente con le sue stesse dichiarazioni anche meno recenti. “Come ho già dichiarato più volte – spiega, infatti, l’attrice svedese – non intendo partecipare a generi come, ad esempio, la commedia romantica perché è semplicemente un tipo di film che trovo distaccato dalla realtà. Quando scelgo di interpretare un personaggio in un film, lo faccio perché la sceneggiatura mi colpisce. Preferisco ruoli pieni di demoni nascosti che siano anche analizzabili su più livelli. Babycall mi ha lasciato un segno, toccandomi dentro personalmente. Sono sentimenti, questi, che per un genere come la commedia non riesco a provare”.

 

Noomi Rapace, Marc'Aurelio come miglior attrice, in "Babycall" di Pal Sletaune

Dovendo tracciare anche un brevissimo profilo dei pochi “contro” riscontrabili, oltre a fattori tecnici legati al trovarsi comunque davanti ad un continuo work in progress organizzativo, vista la giovane età del festival stesso (sovrapposizione di orari di proiezione, necessità di un paio di sale in più in vista della maggiore affluenza di pubblico), si riscontra anche una certa difficoltà di mercato cinematografico (e artistico in senso generale) legato alle condizioni di crisi che il nostro paese sta attualmente attraversando, rendendo effettivamente difficile investire determinate cifre per progetti futuri. Sta bene, ma ci venga spiegato, per cortesia, il motivo per il quale si rende ancora necessario, in tempo di “crisi”, un comportamento visibilmente classista nel fare del red carpet non solo una vera e propria sfilata di moda ma, in maniera correlata, anche un’occasione di diffusione sfarzosa di personalità fatte di abiti costosi e collane milionarie (pecca riferibile comunque a tutti i festival di spessore a livello mondiale), riservando, talvolta, intere platee a una sorta di banchetto comune tra soggetti appartenenti a quella che potrebbe definirsi, in un certo senso, una vera e propria “casta” di settore (per non parlare della noia ascrivibile a delegazioni politiche che poco hanno a che fare col concetto stesso di cinema), a volte dimenticandosi di prestare molta più attenzione al valore reale dei film, oltre a quello dei gioielli messi in mostra.

Per tutto il resto, buona la sesta.

Stefano Gallone

 

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