Festival del film di Roma. Applausi per Luc Besson

Michelle Yeoh nei panni di Aung San Suu Kyi in "The lady"

ROMA – Buona la prima per il Festival del Film di Roma, giunto ormai alla sua sesta edizione. Lo comunicano a pieni voti i vari minuti di applauso concessi dalla sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma a Luc Besson e al cast del suo bel The lady, film incentrato sull’imponente figura dell’attivista birmana, premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, costretta a vent’anni di immotivati aresti domiciliari dal regime militare, ed intenzionato ad evidenziarne il fattore pienamente umano più che politico, elemento tematico innalzato ed esteso all’intero sesso femminile come paladino della rassegna dall’intera organizzazione.

Il film, oltre a sottolineare la maestria con la quale il regista europeo più hollywoodiano di tantissimi altri tratteggia i lineamenti di una delle donne dall’animo più nobile, marmoreo e così vicino al puro senso di assoluta fermezza di ideologie e sentimenti, pone l’accento (proprio per valorizzare tutto ciò) anche sulla bravura di attori come Michelle Yeoh che per interpretare un personaggio estremamente difficile non si è fatta molti problemi ad imparare la lingua birmana né ad entrare davvero a fondo in una psicologia tanto complessa quanto comprensibile ma difficilmente assimilabile in contesti occidentali da consumismo militante.

Assolutamente degno di nota anche David Thewlis, interprete della figura del marito nonché sostegno fondamentale di Aung San Suu Kyi intesa sia come personaggio cinematografico che come straordinaria realtà dei fatti. Professore ad Oxford, anche se costretto a rimanere lontano per anni dalla moglie costretta ai domiciliari nella sua dimora birmana, Michael Aris non avrebbe mai smesso di lottare al suo fianco pur dovendo contrastare un male interiore, ovvero un cancro alla prostata che lo condusse alla morte nel 1999. Thewlis ne fa un elemento fondamentale ed imprescindibile affinché lo spettatore comprenda realmente l’importanza sostanziale del non essere soli al mondo durante l’eterna lotta per ciò che dovrebbe essere scontato e che, invece, non cessa di essere vittima innocente di quotidiani stupri e soprusi, vale a dire i sacrosanti diritti umani e la solenne libertà dello spirito prima ancora che dell’individuo inteso in senso fisico.

 

Hugh Dancy e Rupert Everett in una esilarante scena di "Hysteria"

“Questo film lo abbiamo fatto per lei e per tutto il suo popolo – sostiene Besson in conferenza stampa – Cerchiamo di fare in modo che i riflettori non si spengano né su di lei né sulla sua gente”. Riferendosi ai fatti di cronaca estera più recenti, inoltre, il regista afferma che, “come stiamo vedendo da quello che succede nei paesi arabi, dalla Tunisia alla Libia, spesso la democrazia si ottiene attraverso grossi spargimenti di sangue. Personalmente, invece, ho voluto sottolineare il fatto di trovarci di fronte ad una donna che arriva a vincere la sua battaglia senza mai fare nemmeno un accenno di ricorso alla violenza. Siamo riusciti a dimostrare tutto questo rispettando ogni minimo particolare appartenente alla sua realtà, in maniera molto sobria, senza andare troppo sopra le righe, comportamento che avrebbe potuto rischiare di risultare inopportuno. Questo film, insomma, non è altro che un enorme gesto d’amore”.

Cambiando completamente registro, invece, è atteso sul red carpet nella giornata di domani il maestro Steven Spielberg per l’anteprima del cartoon digitale in 3D Le avventure di Tintin, mentre, in coincidenza, è atteso l’arrivo del cast di una pellicola inglese in concorso (nella quale spiccano Rupert Everett, Maggie Gyllenhall e Hugh Dancy) piacevolmente sorprendente per spirito ed annesse intenzioni tematiche: si tratta di Hysteria, storia incentrata sulla nascita (e sui relativi artefici) di uno dei più famosi “strumenti di piacere” quale il “massaggiatore intimo” (il vibratore, per intenderci), gestita da Tania Wexler in maniera saggiamente parallela al concetto di discriminazione sessuale, prerogativa che, specialmente nella pudica Londra vittoriana di fine ottocento (periodo in cui è ambientato il bel film), escludeva il sesso femminile da qualsiasi modalità di partecipazione socio-culturale considerando “isteriche” tutte le potenziali pretendenti di una maggiore dose di dignità semplicemente umana. Tante risate di gusto, assente ogni accenno a futili volgarità e, soprattutto, spunti di riflessione davvero mai nocivi.

Stefano Gallone

 

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