Festival del Film di Roma 2012: vince Clark, perdono coraggio e stampa italiana

ROMA – Si è conclusa nella serata del 17 novembre la settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma e i giudizi (considerazioni nate addirittura prima ancora di dare avvio alle danze) vertono sia su fattori positivi che, ahinoi, non indifferentemente negativi. In tempo di bilanci postdatati, dunque, non ci si meraviglia più di tanto nel veder diminuire considerevolmente il numero complessivo di biglietti venduti (61.000 i tagliandi dello scorso anno contro i 47.000 attuali) in maniera inversamente proporzionale, invece, all’aumento di accrediti soprattutto in favore della stampa (15% in più rispetto alla scorsa edizione). Una delle potenziali accuse da poter elevare, volendo, è proprio l’eccessivo rincaro del prezzo dei tagliandi per le anteprime ufficiali (fino a 30 euro per un solo film), dato che, nella sostanza, impedisce a qualsivoglia comune mortale anche solo di pensare di portare moglie e figli ad un evento comunque così affascinante ed attraente ma anche fonte di importantissimo contatto diretto nei confronti degli artefici delle opere presentate.

Ma partiamo dalle considerazioni positive (perché ce ne sono). In primo luogo, malgrado si sia aggiudicato il Marc’Aurelio d’oro per il miglior film l’eccentrico e apparentemente burbero Larry Clark con il suo Marfa girl, film che, almeno allo scrivente, è piaciuto poco se non per niente (col senno di poi, comunque, c’era anche da aspettarsi una simile scelta dal momento che il buon Jeff Nichols, quest’anno presidente di giuria, da sempre predilige ambientazioni e atmosfere “borderline” tipiche della condizione umana statunitense di provincia), l’avvenimento ha, probabilmente, sia elementi positivi che negativi. Per ciò che concerne i secondi, essi risiedono, a modesto modo di vedere le cose, nelle fattezze stesse del film in quanto prodotto non pretestuoso ma eccessivamente dedito a giustificare il suo malriuscito intento di conferire quel senso di inadeguatezza concettuale che, per contro, si disperde sotto la sciabola di una regia e di una non-narrazione fine a se stessa, pertanto non capace di creare realmente quello stato d’animo di cui l’individuo necessita per comprendere a fondo stili, motivi e considerazioni espresse per tramite delle immagini. Per quanto riguarda gli elementi positivi, invece, si può star sereni dell’aver visto vincere un film il cui diretto autore ha rapporti tutt’altro che rosei con il concetto di produzione e distribuzione cinematografica hollywoodiana e, di conseguenza, si preoccuperà di divulgare il proprio fortunato prodotto unicamente attraverso la rete. Certo, ci sarebbe, in questo, da obiettare un potenziale desiderio di distruzione del concetto stesso di esercente cinematografico, ma se le condizioni sono quelle che effettivamente appaiono (è lo stesso Clark a dirlo senza giri di parole: «le nuove generazioni usano in maniera massiccia la rete, vivono attraverso la rete; Hollywood non merita niente, è solo un’accozzaglia di persone che prima ti sorridono stringendoti la mano e poi ti pugnalano alle spalle»), la scelta appare quantomeno un coraggiosissimo e rispettabilissimo tentativo di cambiare le cose guardando avanti, curandosi quasi unicamente del desiderio di arrivare alle persone in maniera diretta e, soprattutto, senza trasfigurazioni produttive di qualsiasi sorta.

Marco Mueller, direttore della settima edizione del Festival Internazionale del Film di roma

Un altro fattore sia positivo che negativo (a seconda del desiderio soggettivo di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto) consiste nell’aver avuto la possibilità, anche nell’ambito di questa edizione, di visionare diversi tra i migliori film avvicinandosi alle sezioni esterne a quelle ufficialmente in concorso. Si è avuto modo di leggere proprio sulle pagine di questo giornale, infatti, come sia stata, a tutti gli effetti, la sezione Cinemaxxi ad osare molto di più in termini di pura qualità artistica attraverso la proposizione di pellicole provenienti da veri e propri maestri sia visivi che concettuali. Tra tutti, come già espresso in precedenza, A walk in the park di Amos Poe, La danza di Deli di Ivan Vyrypaev e, naturalmente, il nuovo capolavoro del maestro Peter Greenaway, Goltzius and the Pelican company, ci hanno stupito non poco per assemblaggio di idee sublimi o quantomeno nuove in un contesto moralmente e culturalmente morto e sepolto come quello italiano.

Ma arriviamo, ora, agli spunti negativi (che, senza dubbio, non riguardano l’assenza delle solite star di turno richieste a gran voce dai “professionisti” del settore: conterà ancora qualcosa unicamente il Cinema?). In primo luogo (puramente artistico) fa specie l’aver assistito alla quasi totale dimenticanza di almeno tre pellicole in concorso, ovvero A glimps inside the mind of Charles Swan III di Roman Coppola (narrativamente forse poco incisivo ma visivamente ai limiti del geniale grazie al pregio di trovate degne di essere considerate limitrofe ad un certo neo-pop espressivamente sornione, semplice ma al contempo intenso e coinvolgente nella sua simpatica fragilità), 1942 di Feng Xiaogang (vero e proprio kolossal mastodontico da considerare di grande impatto sia emotivo che di rilevanza sociale anche solo per il tema trattato, ovvero la morte per carestia di almeno tre milioni di persone nella Cina dell’epoca indicata dal titolo stesso) e il nostrano Pappi Corsicato nel “coeniano” Il volto di un’altra (scritto, diretto e recitato a suon di citazioni, forse troppe, ma sicuramente degno di essere considerato come uno dei promotori di un nuovo stile di narrazione cinematograficamente italiano di cui, senza ombra di dubbio, c’è bisogno così come del pane quotidiano).

Altro fattore negativo e, per certi versi, ben più preponderante: un buon 15% in più di stampa accreditata, accennavamo inizialmente. Ebbene, forse questo è un altro dei problemi (se non uno dei maggiori dilemmi al di fuori del contesto artistico) da affrontare, però, con una certa serietà e, soprattutto, con estrema urgenza. Il dato di fatto è questo: alla proiezione per la stampa del controverso film di Paolo Franchi E la chiamano estate (premiato per miglior regia e miglior interpretazione femminile), è stata proprio una larghissima parte degli esponenti della stampa italiana (anche rinomata e, si presuppone, ben retribuita) ad inveire contro lo schermo (successivamente anche contro regista, cast e produzione, seppur, come ovvio per certa gente, non con la stessa volgare ed insulsa cattiveria usata nell’agire vigliaccamente, naturalmente, in assenza dei diretti interessati) ben prima che il film volgesse alle sue battute finali. Gentili signori, qualunque sia la ragione del così tanto animato dissenso (certo, il film è scritto e proposto male, ma forse rileggere Figure III – Discorso del racconto di Gérard Genette farebbe bene alla salute mentale di certe non-persone), è proprio il mantenere questo atteggiamento vile e tutt’altro che disposto anche solo ad assaporare nuovi linguaggi, nuove idee (per quanto potenzialmente già viste o discutibili) e nuovi (parola chiave) tentativi di fuoriuscita dalla stagnazione televisiva (come sottolinea lo stesso Franchi, cercando di spiegarsi prima di essere ulteriormente bastonato) a garantire la morte definitiva di qualsiasi forma d’arte di origine italiana.

Jeff Nichols, nel corso della conferenza stampa post premiazione, spiegando i motivi di ogni singola scelta della giuria da lui presieduta, ha parlato molto ma molto chiaro: «Se vi preoccupa la posizione del cinema italiano nei confronti del resto del mondo, eccovi un consiglio: certo, è il pubblico che decreta la fortuna di un film, ma siete voi ad influenzarlo e, quindi, è solo compito vostro non continuare a presentare unicamente film “facili”».

Il regista Paolo Franchi e l'attrice Isabella Ferrari

A confermare il concetto, se ancora non è ben chiaro, è intervenuta anche Valentina Cervi, anche lei membro di giuria: «Molti altri film ci sputavano letteralmente in faccia un’idea di cinema ben precisa e statica. Il film di Franchi, invece, ci ha suggerito quantomeno un’altra via».

Onore, dunque, al direttore Marco Mueller, il quale, se non altro, ha sempre ammesso di passare intere notti sulla rete, vero luogo di ricerca per nuovi linguaggi e propositivi talenti. Quanto ai sovrapagati “professori” della stampa italiana, fino a prova realmente contraria (arriverà mai?), al mondo sopravvive gente che, per la metà del loro (a volte) immeritato stipendio, farebbe carte false pur di garantire pazienza, professionalità, sapienza, capacità equa di giudizio e, soprattutto, rispetto per quella che, pur sotto la scure dello scacco da finto gradimento pseudo-snob legato ad una certa massa (im)popolare, resta sempre e comunque una delle più nobili forme d’arte contemporanee.

Stefano Gallone

[youtube]http://youtu.be/Z1E8JVDHUXw[/youtube]

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