Festival del cinema di Berlino: il giorno della denuncia con Jafar Panahi

Festival del cinema di Berlino

Un fotogramma da "Closed courtain" di Jafar Panahi (foto: thefilmstage.com)

BERLINO – La vera forze delle idee e il vero senso civico di un vero uomo sono state finalmente messe in mostra al 63° Festival del cinema di Berlino. Anche se costretto a sei in giustissimi anni di reclusione, tramutati in libertà vigilata se non deliberatamente spiata al servizio di sua maestà il dittatore, nonché a 20 di proibizione a fare film, il “sovversivo” Jafar Panahi, la cui arte è stata praticamente congelata dal regime iraniano, è riuscito comunque a far giungere alla Berlinale, grazie all’aiuto del coregista e attore Kamboziya Partovi, il suo incredibile Closed courtain, pellicola girata interamente tra le mura di casa e con il solo utilizzo clandestino di un telefono cellulare.

La narrazione, come intuibile, è incentrata sul suo stesso enorme senso di solitudine e isolamento, mai vinto, però, dal desiderio veramente immortale di esprimere i propri pensieri, le proprie idee, i propri stati d’animo mai così puramente condivisibili in merito a una situazione tanto reale quanto paradossale. In una villa isolata, quindi, vive, assieme a un cane (animale proibito dal regime perché “impuro”), un uomo completamente abbandonato a se stesso, escluso da ogni aspetto della società islamica. Si tratta di uno scrittore ricercatissimo dalla polizia (come intuibile, perfetto alter ego dello stesso Panahi, che compare anche di persona nelle inquadrature). D’improvviso, fanno irruzione due ragazzi, anch’essi ricercati dalla polizia. I miliziani bussano alla porta ma è proprio la visione di una tenda chiusa a far fuoriuscire dalle loro menti ogni sospetto. Di qui, l’analisi oscura di quanto accade all’interno delle anime dei protagonisti, in primis lo scrittore. Umano e animale si osservano, si inseguono con lo sguardo, cercano di condividere quella sorta di anticamera dell’inferno personale. Nascono reciproci tentativi di comprensione tra l’uomo e i due fuggiaschi, da cui si ramificano sospetti e tentativi da parte dei due di convincere l’uomo a uscire allo scoperto per capire davvero quale possa essere la vera realtà (può mai essere quella che lui crede di vedere da quell’involucro del dolore?). Il disagio dell’uomo cresce fino ad esplodere nel suo stesso esprimersi come vero carcere umano, ovvero quello del vedersi costretto in uno spazio enormemente chiuso non tanto in senso fisico quanto mentale, un non-luogo tremendamente reale nel quale anche i respiri possono essere oggetto di arresto e persecuzione. Eppure, l’atto stesso di aver fatto questo film (sublime miscela di vita reale e finzione) nell’unico modo possibile (non si pensava fosse possibile neanche l’uso di un cellulare) è la vera vittoria dell’essere umano prima ancora che dell’artista. Staremo a vedere le temibili reazioni del “potere”.

Festival del cinema di Berlino

Jude Law in una scena di "Side effects" di Steven Soderbergh (foto: welivefilm.com)

Sempre sulla scia della denuncia, per quanto su scala, per così dire, “inferiore” ma unicamente intesa da un punto di vista di possibilità di fiction, porta avanti le sue gesta personali, quando gli è possibile fuori dal commerciale, Steven Soderbergh avanza con il suo intelligente Side effects, thriller psicologico / psichedelico incentrato sugli effetti da abuso di psicofarmaci. La pellicola, che vede protagonisti Jude Law e Rooney Mara, è in gara e narra le vicende di un psichiatra e di una sua paziente alla quale prescrive un nuovo psicofarmaco dagli effetti a dir poco “sospetti” che non tarderanno a portare la donna stessa a totali perdite di coscienza e coordinate di realtà.

Presente al Festival anche Juliette Binoche (reduce dalle lacrime proprio in onore di Panahi, assente fisico purtroppo giustificato al Festival di Cannes) protagonista del film Camille Claudel, 1915 di Bruno Dumont, storia riguardante proprio il periodo in cui la scultrice di cui la pellicola porta il nome rimase vittima di persecuzioni da parte dell’ex amante, finendo poi rinchiusa in un manicomio del sud della Francia.

(Foto: mymovies.it / thefilmstage.com / welivefilm.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

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