Festival del Cinema di Berlino: controversie, conferme e sorprese

Festival del Cinema di Berlino

Matt Damon in "Promised Land", di Gus Van Sant (foto: stiliq.com)

La seconda giornata del 63° Festival del Cinema di Berlino ha offerto oltre le attese proiezioni dei film di Van Sant e Soderbergh anche le prime controversie e discussioni. Il film in questione, reo di aver accostato tematiche omosessuali al mondo della Chiesa, è W Imie… (In the name of) della regista polacca Malgoska Szumowska. La pellicola narra le vicende di Adam, un prete che deve combattere le proprie pulsioni omosessuali nei confronti di alcuni ragazzi di una piccola parrocchia polacca: di giorno in giorno sente che il proprio celibato sta diventando un vero e proprio inferno. A difesa del film della regista Szumowska va detto, però, che il fulcro della vicenda non è tanto l’omosessualità del prete, quanto il diritto affettivo perché «anche un prete ha diritto ad amare».

Veniamo alle prove dei registi sopra citati. Promised Land di Gus Van Sant piace e soddisfa. Il film del regista statunitense narra le vicende di un corporate man incaricato dalla propria compagnia di convincere una piccola comunità agricola a dare il consenso all’avvio delle trivellazioni nella loro zona. La tecnica in questione è il fracking, discussa e rischiosa operazione che serve ad estrarre gas naturali o petrolio dal terreno. Van Sant, e con lui gli sceneggiatori-attori Damon e Krasinski, spostano l’attenzione dello spettatore soprattutto sul combattimento personale del protagonista che è costretto ad essere il punto di incontro/scontro tra la sua compagnia e la piccola comunità americana. Tra prese di posizione e stile equilibrato, il regista riesce a coinvolgere lo spettatore senza eccedere nella retorica.

Per quanto riguarda, invece, il prolifico Steven Soderbergh, Side effects non sembra aver convinto l’intera platea berlinese. Giudizi contrastanti, se non opposti, giungono dalla città tedesca. Il possibile ultimo film del regista, tra dramma familiare e thriller, è incentrato sul dramma personale di una moglie che, in attesa dall’imminente ritorno del marito dal carcere, inizia una cura psicologica che avrà delle conseguenze, per lo meno, inaspettate. Il regista punterebbe il dito contro l’uso e l’abuso di medicinale che diverrebbero «una specie di stampella, anche per coprire gli istinti e le mancanze umane». La critica, per adesso, si è divisa tra entusiasmi e dissensi, questi ultimi volte soprattutto ad evidenziare la mancanza di coerenza tra le intenzioni marcatamente thrilling e la tematica dell’abuso di farmaci.

Piacciono Don Jon’s Addiction del neo regista Joseph Gordon-Levitt, pellicola sull’assuefazione alla pornografia del protagonista maschile, e il sorprendente The Act of Killing di Joshua Oppenheimer, surreale documentario sulle atrocità commesse dagli squadroni della morte negli anni Sessanta in Indonesia. Attesa, per questa sera, la pellicola del regista Fredrik Bond The Necessary Death of Charlie Countryman, con Shia LaBeouf.

(Foto: imigliorimusicals.files.wordpress.com / stiliq.com)

Emanuel Carlo Micali

 

 

 

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