Ferguson: quando il vaso del razzismo è colmo, di chi è la colpa?

Le proteste di Ferguson hanno rivelato la rabbia di chi vive da sempre all'ombra del sogno americano, tra razzismo ed emarginazione

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Nessun procedimento a carico di Darren Wilson, scoppia la protesta in diverse città statunitensi (foto: metronews.it)

In seguito alla decisione del Grand Jury di non avviare un processo a carico di Darren Wilson, il poliziotto accusato di aver sparato  a Michael Brown lo scorso 8 agosto a Ferguson, negli Stati Uniti è scattata una protesta di massa da parte della comunità afro-americana. Una mobilitazione perlopiù spontanea e colma di rabbia, che ha coinvolto anche le principali città statunitensi. New York, Chicago, Denver e Los Angeles sono solo alcune città che hanno potuto toccare ‘con mano’ il livello di frustrazione raggiunto, culminato nella decisione di non formalizzare un indictment – l’equivalente del rinvio a giudizio – nei confronti del poliziotto.

NESSUN PROCESSO – Sul punto, serve un chiarimento a livello formale; Darren Wilson non è stato assolto, semplicemente è stato deciso che le prove non sono sufficienti ad aprire il procedimento penale. Il Grand Jury difatti non è un tribunale, ma una particolare giuria composta da ventitré cittadini estratti a sorte, prevista negli Usa come in altri ordinamenti di common law, ed esamina, in un procedimento rigorosamente a porte chiuse, le prove presentate dall’accusa. Nella maggior parte dei casi tuttavia, difficilmente il Grand Jury si è assunto la responsabilità di bloccare il procedimento; secondo le stime del 2010 difatti, una tale decisione è stata presa solamente in undici casi su 160mila. Quello di Ferguson diventa quindi un caso raro, nel quale chi ha sparato è bianco, mentre la vittima è nera.

UN NERO AL GIORNO – D’altro canto però, rinchiudere la situazione nel singolo atto non renderebbe giustizia ad un fenomeno i cui contorni sono ben più ampi. I fatti di Ferguson sono la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di razzismo. Una discriminazione informale, non più legata a leggi dello Stato, ma insito nella società, le cui caratteristiche emergono non appena si avanza una piccola ricerca. Ad esempio, è sufficiente leggere il rapporto del Malcom X Grassroots Movement per venire a sapere che le forze di polizia statunitensi uccidono in media un afro-americano ogni ventotto ore, l’80% dei quali risulta disarmato. L’ultimo caso risale a pochi giorni fa, e riguarda l’omicidio di un dodicenne di Cleveland, freddato mentre giocava in un parco con un’arma giocattolo.

IL MONITO DELLE NAZIONI UNITE – Anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha recentemente espresso preoccupazione riguardo allo sproporzionato numero di giovani cittadini afro-americani che negli Stati Uniti rimangono uccisi per mano di agenti di polizia, così come dello «sproporzionato numero di afro-americani reclusi nelle prigioni americane, e lo sproporzionato numero di afro-americani nel braccio della morte.» Non è un caso che preoccupazioni nei confronti di una sorta di «razzismo istituzionalizzato» per usare nuovamente le parole dell’Alto Commissario, sono state sollevate ripetutamente da organi sia nazionali che internazionali, quali ad esempio il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale e il Comitato per i  diritti umani.

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Gli abusi della polizia statunitense preoccupano l’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, che ha parlato di “razzismo istituzionalizzato” (foto: diarioweb.it)

PIÙ CONTROLLI E PENE SEVERE – Un dato che si conferma di fronte alle statistiche sui controlli operati dalle forze dell’ordine, che a Ferguson risultano composte da solamente tre agenti neri su cinquantatré effettivi. Secondo i dati riportati da lettera43.it, l’86% delle persone fermate nella cittadina del Missouri per regolari controlli sono nere, un dato che si attesta intorno all’80% quando ad essere presa in esame è una grande metropoli come New York. E non è tutto, perché secondo la U.S. Sentencing Commission i cittadini neri, a parità di reato, ricevono pene di media più lunghe del 10% rispetto ai bianchi.

DISUGUAGLIANZA SOCIALE – Ma anche circoscrivere il caso solamente all’ambito repressivo, non renderebbe giustizia alle profonde radici che la disuguaglianza ha messo nella società americana, specialmente in ambito economico e sociale. Stiamo parlando di un Paese nel quale, secondo la ricerca condotta dall’Institute on Asset and Social Policy, «l’1% più ricco della popolazione possiede il 37% di tutta la ricchezza», con un divario tra famiglia bianche e nere che è triplicato dal 1984 al 2009. Secondo le ultime stime, la ricchezza media di una famiglia bianca negli Stati Uniti è di circa 113.149 dollari, praticamente più di venti volte quella di una famiglia nera, stimata intorno ai 5.677 dollari.

AMERICA, CHE VUOI FARE? – A Washington lo sanno bene, nelle strade si sta manifestando una vera e propria rivolta dei diseredati, di coloro che vivono il lato oscuro del sogno americano, tenuti rigorosamente lontani dalle vetrine luccicanti di Hollywood Boulevard e dalle soleggiate spiagge californiane. L’America ha perso troppo tempo e forza per cambiare gli altri, rimanendo sempre con la paura di guardarsi dentro, per evitare di dover ammettere il malfunzionamento di un sistema economico-sociale sponsorizzato fino allo sfinimento. Contraddizioni enormi, tra le ville con piscina di Beverly Hills e l’indigenza di Harlem, che ora riemergono dal tappeto sotto il quale sono rimaste nascoste per oltre un secolo. Come uscirne? Si potrebbe avviare una riflessione di ampio respiro, dalla quale far uscire un Paese nuovo; oppure si potrebbe delegittimare il tutto etichettandolo come teppismo, autorizzando moralmente un intervento repressivo in grande stile. Ma a cosa servirebbe? A rimettere la polvere sotto il tappeto, nella speranza che a nessuno venga più in mente di spostarlo.

 

Carlo Perigli
@c_perigli

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