Fallingice: tra commercio e serietà

Convince solo nei tratti più artisticamente sinceri l’album d’esordio del trio Vasto-Macerata-Perugino

di Stefano Gallone

Copertina del disco

Quesito portante: se una band emergente incide un disco con trenta minuti di melodie radiofoniche bypassate al distorsore e sedici, invece, di riff corposi, decisi, duri quanto serve per dire la propria nella maniera più sincera (per giunta sotto la supervisione, tra gli altri, del vate Tom Baker alla masterizzazione, già Helmet, Nine Inch Nails e Deftones), deve esserci, evidentemente una nota più che stonata inserita nel bel mezzo di una partitura voluta, ricercata ma non riuscita a causa, magari, di condizionamenti esterni (il nome di quell’Alessandro Paolucci, produttore anche di Baustelle e Prozac +, lascia francamente un po’ di amaro in bocca).

I Fallingice sono e resteranno comunque una notevole band di alternative rock. Presumibilmente, però, quello che proprio non si digerisce è la monotonia riscontrata in una sequenza di brani sia dalla struttura, sinceramente, troppo commerciale (delay e feedback non fanno il monaco) che dalla linea vocale troppo ferma timbricamente su se stessa e rinchiusa nelle solite e ridondanti metriche.

La band stessa confessa i propri riferimenti: più che Tool, Mudhoney, Alice In Chains o Smashing Pumpkins, sembra di ritrovarsi davanti quel fastidioso cosiddetto “post-grunge” che di grunge ha poco se non niente. Affiorano alla mente più i Nickelback del Chad Kroeger più irritantemente ossessivo che, magari, quei Silverchair del capolavoro multiforme Neon Ballroom. Ma è questo il punto: se si decide di commistionare generi diversi, lo si deve fare in maniera coerente e, soprattutto, consapevole delle proprie capacità e dei propri mezzi. L’orecchiabilità, certo, non è mai una pecca, ma il troppo spingere su melodie con giri armonici poco influenti e funzionali, in fin dei conti, nuoce alla salute del più puro spirito di espressione.

Fallingice

Nella biografia dei Fallingice si legge un curriculum alquanto di ferro: inseriti, nel 2001, nella compilation Coop for music distribuita in ventimila copie come allegato alla rivista Rockstar; cifre sproporzionate di visite presso la pagina Myspace ufficiale; download dei loro brani da Germania, America, Inghilterra, Francia. Quasi ci stupisce, in positivo, come la Red House Recordings abbia confidato in loro nel 2006 (per la produzione del primo ep Lymph) così come diede fiducia ad un certo Steve Albini. Comunque sia, non è affatto sufficiente. Anzi: può rischiare di essere controproducente perché è risaputo che, ormai, il prendere per mano una band e portarla in studio o su palcoscenici in giro per il mondo è diventata, e resterà per sempre, in mancanza di dovute ribellioni, un’operazione di marketing. Né più né meno. Quello che, forse, Vice (voce e chitarre), Bem (basso) e Fab (batteria), avrebbero voluto esprimere, non risiede fra le tracce di questo lavoro troppo fragile, scontato e perso nei suoi continui tentativi di calcare la mano in quello che i tre ragazzi avrebbero (si suppone) voluto davvero lasciar fuoriuscire dalle loro personalità comunque molto acculturate e certamente degne di una possibilità espressiva (glielo si augura in futuro) ben più libera da condizionamenti mediatici.

Dunque, questo loro esordio discografico completo, Meatsuit, si articola fra le melodie poco adulte della iniziale Unclear e il consolidarsi dell’inutile ed ingiusto tagliando “easy listening”mascherato hard per mezzo delle successive Another Day, Inner confusion (forse di matrice Creed) e Soap Bubble. Fa rabbia ma, al contempo, consola enormemente il notare i primi esempi di ottima caratura arrivare, invece, a partire dalla meravigliosa Breathing machine, di fattura Helmet / semi-Melvins, e dalle seconde metà delle caparbie Hands in chains e Desired, caratterizzate da potenti sonorità prossime agli ammirabili Stone Temple Pilots di Core. Mette quasi l’anima in pace, poi, l’avere la possibilità di poter arrivare al cospetto della vera essenza di bravura tecnica e compositiva della band quando si passa a brani puramente grunge come Teenage boy o a rintocchi heavy rabbiosi come quelli proposti dalla geniale Too bored to die in sincero ed osannante stile Metallica.

Di certo non è così equilibrata la formula tra rock duro e puro e melodia orecchiabile citata nella descrizione che la band fa di se stessa: la seconda sembra prevalere un po’ troppo sul contesto globale. Ma è ovvio che continueremo a seguirli nella speranza che una maggior consapevolezza delle proprie caratteristiche li aiuti a maturare nella giusta direzione: meno obiettivi mediatici, più voglia granitica e conforme nel dimostrare di essere ciò per cui vale la pena di esporsi.

Nei negozi dal 25 giugno scorso. Dal 18 luglio sui canali di vendita digitale (Mondadori Shop, iTunes) e da settembre nel circuito statunitense e canadese.

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