Fabrizio De Andrè e Studio Azzurro: cantare l’arte dell’esistenza

Quando la videoarte incontra la poesia. Espressioni d’autore a confronto nella mostra capitolina sul cantautore genovese

di Stefano Gallone

Locandina della mostra

Non è affatto semplice né consueto inglobare e riproporre in maniera presumibilmente lineare l’ideologia (se ce n’è una sola) e le tematiche (svariate) del più grande poeta che il cantautorato italiano abbia mai conosciuto. Eppure, continua ad apparire possibile una simile combustione di intenti per merito delle competenze artistiche contemporanee che tanto devono ai propri predecessori e tanto meritano in qualità di sostenitori e continuatori di qualsiasi forma d’arte degna di questo nome. Quello operato da Studio Azzurro (gruppo d’arte sperimentale milanese, la cui direzione si orienta fra teatro il postmoderno e una forma di videoarte che inocula le gesta sceniche in contesti da palcoscenico metafisico) nell’allestimento dell’esposizione capitolina (al Museo dell’Ara Pacis in Roma fino al 30 maggio 2010) è, forse, il miglior rimedio di sintesi per unificare le fasi salienti del pensiero e della poetica di una personalità tanto sostanziosa quanto complessa ed articolata.

Cosa accomuna Fabrizio De Andrè a Studio Azzurro? Apparentemente poco se non niente. Ma è solo con l’andare a scovare le radici di entrambe le forme di espressione artistica di pensieri apparentemente differenti che si può tentare di descrivere il connubio tra due materializzazioni dell’essenza più profonda dei meccanismi umani. È inutile sottolineare, ancora una volta, la risaputa enormità insita nell’importanza significante dell’opera omnia dell’artista genovese, personalità fragile ma determinata nelle proprie scelte sia di vita che, soprattutto, di stile. Pertanto, ciò che enfatizza e rende tangibile il senso di ogni verso è la capacità, da parte del gruppo milanese, di rendere ogni storia ed ogni personaggio della Spoon River interiore del poeta una caratterizzazione metaforicamente antropologica del “tipo umano” italiano. De Andrè metteva in scena, sul palcoscenico morale di chi vi si accostava, tutto ciò che rende l’uomo un essere culturale e spirituale del suo stesso tempo attraverso la graduale acquisizione del senso della propria esistenza per mezzo del puro e naturale contatto con le esperienze che l’esistenza stessa offre. Studio Azzurro, di per se, ha da sempre l’obiettivo di giocare (in termini linguistici propri del mezzo utilizzato), con l’espressione visiva di ciò che tali esperienze conferiscono all’individuo a livello interiore, in un puro “divertissement” di materializzazione di stati d’animo, di esperienze sotto pelle.

I video-tarocchi di Studio Azzurro

È secondo questi concetti che il visitatore viene chiamato a trascendere il proprio ruolo di comparsa nel grande film della realtà di appartenenza per trasformarsi in effettivo “spett-attore”, artefice principale della maggior parte delle esperienze preimpostate, abilitato alla possibilità di rendersi parte integrante di un’opera che complessivamente lo eleva a principe delle costrizioni sociali, lo invita a far parte di strofe, note, immagini e confessioni dimostrative della sua centralità nel ruolo di portavoce umano che De Andrè si era autoimposto, infliggendosi la pena eterna di scoprire e mettere in tavola le carte nascoste di intere esistenze terrene e non solo. È proprio nella cornice di tre maxi schermi riproducenti i tarocchi della scenografia dell’ultimo concerto del cantautore, infatti, che il visitatore può entrare, nel vero senso del termine, per stringere la mano alle rappresentazioni multimediali dei personaggi “faberiani”, dalla popolana “Bocca di rosa”, o Piero con la sua guerra, al controcanto del “Bombarolo”, dell’imprecante Geordie o del Miché con tanto di cappio al collo e sgabellino penzolante. Il touch screen allegato permette di creare il proprio “avatar-tarocco” da decorare e auto spedirsi tramite posta elettronica per meglio usufruire del senso della poetica relativa al tema trattato, mentre l’interattività dei tavoli ottici predisposti in uno dei corridoi laterali consente di adagiare, in superficie, simulacri in cartonato dei dischi dell’autore in punti distintamente segnalati per far partire proiezioni esplicative a metà strada fra il trascendente e il didascalico di filmati di repertorio debitamente proposti in chiave sinceramente intima e passionale. Lo stesso discorso vale per le proiezioni frontali su schermi trasparenti che irradiano la sala d’ingresso, sezioni divise in linea tematica (amore, guerra, ultimi) e forti delle parole stesse del poeta volte ad incantare l’attenzione di chi osserva con poetiche e ideologie a tratti autocontrastanti ma ricche del senso primordiale che ha fatto di De Andrè il poeta dell’essere umano, anima schiava ma fedele al difficile seppur devoto compito di cantare le gesta interiori e lo spirito di una realtà tanto astratta quanto riferita a concetti più comuni di vita quotidiana.

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