Europa e crisi del debito. L’inizio della fine?

Europa in bilico e tsunami Americano

Nel giro di poco più di 6 mesi si è assistito ad una strana quanto repentina inversione di marcia degli investitori nei confronti del vecchio continente. Dal panico per un possibile collasso dell’Unione Europea, si è passati all’ottimismo per una crescita economica nel breve periodo. Che l’investitore medio non sia razionale lo si impara durante le prime lezioni di economia, ma un’inversione di tendenza cosi repentina farebbe porre interrogativi ad ogni economista. Prendendo spunto da un interessante articolo di Nicholas Spiro, analista specializzato sul rischio del debito sovrano, si cerca di capire cosa stia accadendo in Europa, apparentemente fuori dalla crisi.

Si prenda la Grecia, con i timori che per più di un anno la davano fuori dall’unione monetaria europea per via di un suo possibile default. Ora sembra che tutti si siano dimenticati di problemi che ancora sono radicati nel tessuto sociale del paese. O si prenda Italia e Spagna che a metà 2012 hanno toccato con i loro rispettivi spread livelli mai raggiunti nella loro storia, ed ora invece godono di tassi decisamente più a buon mercato, come se nulla fosse successo nei mesi precedenti. La crisi ha messo in evidenza le debolezze del sistema europeo e una mancata vera integrazione tra i paesi che la compongono. Gli ultimi anni di crisi finanziaria ed economica hanno insegnato, o avrebbero dovuto, che investire nei titoli di stato di paesi non è una scienza esatta e comporta non pochi rischi. Ma i mercati hanno memoria corta e sembra abbiano dimenticato già ciò che accadeva solo qualche mese fa, riprendendo a pieno ritmo ad investire nei titoli di stato europei, resi appetibili da tassi considerevolmente più bassi di qualche mese fa. L’impressione è che gli investitori stiano ancora una volta sottovalutando il debito sovrano dell’Europa.

A fine gennaio i titoli a sei mesi dell’Italia sono stati venduti allo 0,73% per un ammontare di 8,5 miliardi di euro, il tasso più basso degli ultimi tre anni. La Spagna ha venduto sempre nello stesso periodo titoli a 10 anni per un ammontare di 23 miliardi di euro superando di ben 7 miliardi l’offerta iniziale. Ciò sembra incredibile pensando che le economie di Italia e Spagna sono ben lungi dall’essere recuperate pienamente, versando ancora in stagnlazione e recessione. E’ vero che molto è stato fatto sia a livello europeo sia a livello dei singoli stati, con politiche di austerità in quasi tutta Europa, aumento delle tasse, fondi salva stati e scudi fiscali attivati dalla BCE e dal suo presidente Mario Draghi. Ma gli sforzi finora compiuti non giustificano in toto l’andamento attuale dei titoli di stato dei paesi Europei. In parte una razionale giustificazione potrebbe essere data dal fatto che sia svanito il sovrapprezzo che era dettato dai timori di default, con livelli di spread oltre ogni aspettativa. Nemmeno l’esclusione di una possibile implosione dell’euro giustificherebbe il drastico crollo degli interessi dei titoli, soprattutto di qui paesi poco lungimiranti dal sud Europa.

La risposta più plausibile è che gli investitori sembra stiano ripetendo lo stesso errore fatto prima dell’inizio della crisi, perdendo di vista una componente fondamentale che costituisce i titoli di stato di un paese, e cioè il debito sovrano. Non badando a questa componente, o semplicemente non facendoci più caso, e spostando l’attenzione su parametri meno rilevanti, il prezzo dei titoli ha subito un consistente deprezzamento, e oggi è lapalissiano che non rappresenti il reale rischio di investimento.

preoccupazione analisti sul debito europeoSe si guarda oggi all’Italia e la Spagna ci si accorge che i due paesi sono in una posizione di instabilità di gran lunga maggiore rispetto al 2010. Disoccupazione a livelli storici, situazione politica instabile e spesso come il caso italiano, senza ancora un governo. Ma se si guarda ai titoli di stato a 10 anni si nota come quelli attuali siano più bassi rispetto a quelli di nemmeno un anno fa. Il caso nostrano è ancora più eclatante se si pensa che la Banca d’Italia ha tagliato ulteriormente le stime di crescita del nostro paese. L’economia italiana si contrarrà non del 0,2% stimato nei mesi precedenti ma di un più consistente 1% del pil. Tale contrazione segue quella dell’anno precedente del 2%, ponendo il Bel Paese tra i peggiori d’Europa in termini di crescita economica. La domanda interna è crollata di un 1,8% dal 2008, mentre era cresciuta di 1,3% nel quadriennio passato che andava dal 2004 al 2007, e la diminuzione delle importazioni non ha compensato l’andamento negativo dell nostra economia.

Il rischio di creare un ennesima bolla speculativa intorno l’Europa è sempre più che concreto, sottostimando l’enorme debito creato nei decenni passati per sostenere una crescita fittizia che non ha mai avuto riscontro in termini economici reali. Nei mercati finanziari sembra non valga in alcun modo la regola aurea sbagliando si impara. Si spera solo non ci si accorga troppo tardi che fare profitto sui paesi e sulle persone non è la stessa cosa che farlo sui mercati finanziari.

Antonio Tiritiello

Fonti foto: www.englishblog.comwww.csmonitor.com

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