Euro 2012: non solo calcio. Wisława Szymborska e la gioia di scrivere

La poetessa con il Premio Nobel

Parafrasando uno dei componimenti di Wisława Szymborska è più che verosimile che – nel momento in cui il suo paese d’origine è sotto gli occhi di tutti in quanto ospite dei campionati europei di calcio insieme alla vicina Ucraina – appena due persone su mille preferiscano accantonare il tema pallone e prediligere uno sguardo di approfondimento su quella che è la Cenerentola tra i vari generi letterari: la poesia. Eppure proprio con questa autrice, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, la Polonia ha dato al mondo una delle voci poetiche più cristalline del secolo breve.

La sua ricezione in Italia – nonostante la traduzione di sue raccolte già negli anni ’50 in idiomi europei più accessibili rispetto alla lingua madre polacca – è fenomeno piuttosto recente e si deve ad una casa editrice  ‘di nicchia’ come Scheiwiller, insieme all’altrettanto raffinata Adelphi subito dopo, la prima pubblicazione nella nostra lingua di molte sue opere. Ma soprattutto questa poetessa è entrata pienamente nel nostro universo culturale pochi mesi fa grazie a Roberto Saviano, lettore dei suoi versi durante la puntata di Che tempo che fa del 5 febbraio 2012, subito dopo la scomparsa della Szymborska.

L’autrice nasce a Kòrnik nel 1923, ma è Cracovia a diventare la sua città fin dal 1931. Qui avviene – insieme ad uno degli incontri fondanti della sua vita artistica, quello con il connazionale Czesław Miłosz (1911-2004, anche lui Premio Nobel nel 1980) – la sua formazione umana e intellettuale, segnata negli anni giovanili da un’adesione ideologica al pensiero ‘unico’ e ufficiale dei paesi del blocco sovietico: il realismo socialista. Proprio questa prima fase della sua produzione letteraria la Szymborska arriverà a rifiutare e rinnegare, definendolo un «peccato di gioventù», decidendo nel 1960 di abbandonare il PZPR (Partito operaio unito polacco) di cui era stata membro. Il distacco, progressivamente sempre più netto, fu segnato da un opposto ed altrettanto forte avvicinamento alle frange più dissidenti della cultura polacca degli anni ’60-’80 e da un’attiva collaborazione con alcuni periodici clandestini ed ‘editi in proprio’ (samizdat in russo) in cui trovavano spazio tutti quei contributi che, ostacolati dalla censura socialista, non avevavo possibilità di diffusione attraverso gli organi di stampa ufficiali. La sua presa di posizione politica arrivò a riflettersi nell’impegno concreto all’interno di Solidarnosc, il Sindacato Autonomo dei Lavoratori nato nel 1980 e guidato da Lech Wałęsa.

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Questa ‘seconda vita’ dell’autrice è quella che si coglie negli scritti – non solo poesie ma anche prose e pezzi di critica letteraria per riviste e quotidani – che ne hanno segnato la notorietà internazionale e la conquista del maggior riconoscimento che uno scrittore possa desiderare: il Nobel. La motivazione con cui l’Accademia di Svezia accompagnò (e giustificò) la decisione di assegnare il premio alla Szymborska parla di «una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà», sbalzando in primo piano quello che è il primo e più pregnante tratto distintivo della scrittura della poetessa polacca: l’ironia. Grazie a questo espediente, usato come arma difensiva emotiva ed intellettuale, la Szymborska riesce a trattare temi spesso crudi e dolorosi come la morte o la sofferenza, ad indagare i sentimenti, i conflitti, i dubbi esistenziali, ricorrendo ad uno stile puro e sobrio, fatto di brevità e semplicità linguistica, capace di essere diretto ed essenziale eppur pieno, completo. Pochi fronzoli e una carica di significo in grado di giungere al cuore delle cose.

L'edizione completa delle poesie della Szymborska

Schiva e riservata, poco incline alle interviste e alle pubbliche celebrazioni, la critica – anche nostrana – ne ha spesso evidenziato lo sguardo gettato sul realtà del quotidiano, sul disvelarsi come in improvvise epifanie della minuta eppur immensa carica stupefacente delle piccolezze dell’ordinaria esistenza del mondo e degli uomini. Filtrandolo con lo humor e il paradosso di cui è stata maestra, Wisława Szymborska ha raccontato un universo umano ed una realtà non facili da tradurre in parole, ricorrendo a quelli che lei stessa ha riconosciuto come i propri tratti distintivi: «incanto e disperazione». Consolazione e compagna di vita irrinunciabile la poesia, capace di nascere dal silenzio e poi irrompere con inaspettata forza, dal cui esercizio e lettura le derivavano piaceri piccoli ma essenziali, irrinunciabili, che l’autrice in diverse occasioni, nei suoi versi, accostò alla pasta in brodo, ad una vecchia sciarpa, all’àncora di un corrimano cui aggrapparsi e sostenersi.

Bibliografia essenziale:

La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009). A cura di Pietro Marchesani. Adelphi, 2009; Opere. A cura di Pietro Marchesani. Adelphi, 2008; Due punti. A cura di Pietro Marchesani, Adelphi, 2006; Letture facoltative. A cura di Luca Bernardini. Adelphi, 2006; Discorso all’Ufficio oggetti smarriti. A cura di Pietro Marchesani,. Adelphi, 2004; Vista con granello di sabbia. A cura di Pietro Marchesani. Adelphi, 1998; La fine e l’inizio. Scheiwiller, 1997; Gente sul ponte. Scheiwiller, 1996.

Laura Dabbene

 

 

 

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