Eurispes promuove la strada a km zero: progettare i rifiuti per il riuso e il riciclo

ROMA - «I rifiuti devono essere progettati per il riuso ed il riciclo, in modo da tornare allo status di fine vita risorse, rientrare nel ciclo produttivo per la realizzazione di nuovi prodotti»: questo il cardine e il punto stesso di arrivo della ricerca di Eurispes sui rifiuti  Plastica e riciclo dei materiali: un’altra via è possibile, presentata ieri a Roma in collaborazione con il Consorzio PolieCo e la Federazione Green Economy.

La via più efficace risulta essere ancora una volta «promuovere il riciclo a km zero»: la ricerca traccia così una vera e propria agenda di lavoro, indicando come impegni necessari «raccolta di tutti i materiali plastici utilizzati, progettazione di un’ infrastruttura efficiente per separare i diversi tipi di plastica, ridurre lo smaltimento in discarica, prediligere raccolta e recupero mono-materiale, garantire standard di qualità, creare sinergie industriali».

I dati in esame bocciano la condotta italiana relegandola al ventesimo posto su una classifica di ventisette paesi. L’Italia,«in compagnia di Bulgaria, Cipro, Estonia, Lettonia, Romania e Slovacchia registra gravi carenze nelle politiche di prevenzione dei rifiuti e non incentiva le alternative al conferimento in discarica». Se è lecito mettere in dubbio l’attendibilità dell’odierno proliferare di classifiche,  spesso basate su parametri parziali e spietati, sarà bene sapere che questa volta è direttamente la Commissione Europea ad ordinare una valutazione. Sono tempi di austerity: in ballo ci sono i «finanziamenti che verranno erogati da Bruxelles, tra il 2014 e il 2020, solo a quegli stati membri che privilegiano il riutilizzo e il riciclaggio rispetto all’incenerimento o alla discarica».

Si torna a parlare di costi: secondo la Commissione Europea «se i 27 paesi dell’Unione si adeguassero alle normative comunitarie si potrebbero risparmiare 72 miliardi di euro l’anno, il settore della gestione rifiuti e del riciclaggio incrementerebbe il proprio fatturato di 42 miliardi di euro l’anno, creando 400.000 posti di lavoro entro 2020».  Una proposta di riflessione che andrebbe presa in considerazione partendo dalla consapevolezza che  «ogni anno in Italia una quantità enorme di rifiuti, circa 26 milioni di tonnellate, viene diretta al mercato dell’esportazione clandestina».

«L’Asia, in particolare la Cina ed Hong Kong, si è affermata negli anni più recenti come catalizzatore dei flussi di rifiuti plastici provenienti dai paesi dell’Europa, che tornano sotto forma di prodotti lavorati- e a questo si aggiunge che circa un 1/5 dei manufatti mondiali vengono realizzati in Cina, si può facilmente comprendere come quello dei rifiuti sia uno dei flussi fondamentali per alimentare la produzione cinese, in grado di sostituire materie prime che sarebbero più costose». Inoltre «spedire illegalmente un container di 15 tonnellate di rifiuti verso l’Oriente costa solo 65 mila euro, contro i 60 mila necessari allo smaltimento legale»: su questo meccanismo di convenienza reciproca si basa il lavoro delle Ecomafie, che ormai controllano il territorio globale affossando la nostra già precaria economia e minando dal basso quella di paesi inermi, tacitamente adibiti a discariche.

Infatti secondo i dati contenuti nel Rapporto specifico Ecomafa globale di Legambiente e PolieCo, se «gli scarti plastici che hanno valicato le frontiere italiane nel 2010 sono stati circa 200.000 tonnellate per un valore di 54 milioni di euro, cui vanno aggiunti circa 22.000 tonnellate di pneumatici fuori uso, per altri 21 milioni di euro», è altrettanto vero che nello stesso anno  ben 11.400 tonnellate di rifiuti sono stati intercettati prima di essere imbarcati su navi in partenza verso porti cinesi, indiani o africani – di questi il 19%, quasi 2.166 tonnellate, era costituito da materie plastiche - .

Un circolo vizioso ingiustificato, considerando che «gli impianti di riciclaggio italiani sono sottoutilizzati: per lavorare a regime avrebbero bisogno di almeno il 25% di materiale plastico in più».

Dunque «a differenza degli altri paesi industrializzati, l’Italia fa ancora eccessivo ricorso alle discariche come modalità di smaltimento dei rifiuti sia urbani che industriali, mentre nel settore del riciclaggio scarse sono le iniziative che, tramite processi ed impianti tecnologicamente avanzati, recuperano materie prime da rifiuti». Un problema che in fondo, classifiche a parte, conosciamo bene. Lo sa il Sud sempre tacciato di arretratezza e corruzione, e lo sa bene la Capitale, che cambia il sindaco ma non il vizio. Come sottolinea lo studio, nella penisola «l’alternativa alla discarica e’ stata individuata nell’uso dei termovalorizzatori che a lungo hanno dimostrato la loro parziale inefficacia».

«Quanto sia indispensabile percorrere strade diverse nella gestione del ciclo dei rifiuti è dim

ostrato dai confitti sociali sulla localizzazione delle discariche in molte zone di Italia. Il caso Roma che, secondo il Ministro Clini dal 1 Gennaio potrebbe essere invasa dall’immondizia se non si definirà un sito alternativo a Malagrotta, è emblematico». Di questo passo, attraverso il solito gioco di specchi burocratico, la situazione della celeberrima discarica è giunta al collasso ed esige una soluzione immediata e drastica, tutt’altro che virtuosa. L’ Ama ha indetto una gara ad evidenza pubblica per la spedizione dei rifiuti all’estero. I rifiuti saranno trasportati presumibilmente in Olanda con una spesa di circa 180 euro a tonnellata. Per il sindaco si tratta di «una garanzia», per i cittadini l’esempio tangibile del fallimento di un sistema dove le contraddittorie scelte logistiche e gestionali lasciano ben pochi dubbi sulla natura corrotta del meccanismo di smaltimento. 

Arianna Fraccon

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