“Ero lì dentro e sono riuscito a scappare”. La fuga dall’orrore dell’11 settembre

Lo skyline di New York

New York – La mattina dell’11 settembre 2001 New York si era svegliata sotto il tepore di un sole splendente. Lo skyline di Manhattan brillava di una luce tanto intensa da renderla ancora più imponente ed elegante. Il temporale della notte prima era passato via lasciando sul cielo solo pennellate di un azzurro perlaceo. Era impossibile non rimanere affascinati da quella vista.

Anche Lucio Caputo, siciliano di Palermo, trapiantato nella Grande Mela sin dagli anni 70’ e presidente dell’Italian Wine & Food Institute, quel martedì avvertiva un’energia diversa nell’aria. Continuava stranamente ad ammirare il panorama, prima lungo il tragitto in auto che lo portava a lavoro, e poi dal club “Windows on the World”, al piano 110 della Torre Nord del WTC, dove era solito fare colazione.  Da lì Battery Park, Ellis Island, la Statua della Libertà fino la baia, per poi arrivare al ponte di Verrazzano e l’Oceano Atlantico.

Alle 8.30 Lucio, come ogni mattina, era già nel suo ufficio al 78esimo piano. Aveva appena terminato una telefonata verso l’Italia quando, improvvisamente, un boato e una forte oscillazione dell’edificio misero fine a quella che, sino ad allora, sembrava essere una bella giornata di settembre. Polvere, detriti, la luce che andava e veniva, il rumore assordante degli allarmi impazziti. In un istante quel luogo era irriconoscibile. Fuori dalla stanza l’aria era irrespirabile, la visibilità quasi nulla; si udivano però le urla, i pianti e i lamenti delle persone che vagavano per il corridoio.

Lucio prende una torcia, degli asciugamani imbevuti d’acqua e il cellulare, pronto a lasciare l’edificio. Erano quasi le 9. Stava per raccogliere alcuni documenti da portare con sé quando il suo telefonino suona. Era Massimo Jaus, giornalista e vice direttore del quotidiano America Oggi. «Massimo qui c’è stato uno scoppio, credo debba uscire – racconta Lucio –, ma mentre parlavo lui mi strillava “corri, corri, esci, un aereo si è schiantato sul WTC: è tutto in fiamme”. A quel punto ho chiuso con fatica l’ufficio ed ero velocemente sceso per i primi trenta piani».

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Lucio Caputo, fuggito dalla Torre Nord prima del crollo

Il resto è una corsa contro il tempo surreale, nella totale inconsapevolezza di quello che stava succedendo dentro e fuori l’edificio. Dal 50esimo piano in poi le scale di servizio erano bloccate. La gente era accalcata, c’erano dei feriti a cui, con grande compostezza, veniva data la precedenza. Il panico era trattenuto, nessuno spingeva o strillava, solo alcune persone, in stato di shock, piangevano sommessamente. Il caldo e l’aria intrisa di fumo e polvere rendevano però quell’attesa interminabile, così come la paura di non farcela. «Intorno al 40esimo piano avevo cominciato ad incontrare i primi pompieri che salivano le scale lentamente e con grande fatica sotto il peso delle varie attrezzature. Guardando le loro facce – ricorda Lucio – avevo pensato che sarebbero morti di infarto prima di arrivare all’ottantesimo piano. Purtroppo sono morti prima, travolti dal crollo».

Le immagini più terribili di quella giornata sono bloccate tra quelle scale: c’è un signore cieco che dignitosamente scende giù guidato dal suo cane e che cortesemente rifiuta ogni aiuto; una donna completamente ustionata che, senza più pelle ma con tutta la carne a nudo, scende le scale come un automa tra l’incredulità degli altri; le facce dei vigili del fuoco che affrontano il pericolo e la morte salendo con le pesanti uniformi antincendio, le maschere, le bombole di ossigeno, gli estintori, le asce e i tubi in tela nel tentativo di prestare soccorso ai sopravvissuti. C’è, infine, un giovane ragazzo che, a differenza di tutti, sale di corsa con in mano una bombola di ossigeno per prestare aiuto a qualcuno. Lucio non saprà mai che fine hanno fatto queste persone: saprà, solo a distanza di mesi, che quell’uomo non vedente è però riuscito a salvarsi.

Dopo un’ora Lucio era arrivato al 23esimo piano. Senza capire il motivo, tutta le gente in fuga era stata dirottata lì e attendeva istruzioni da parte del personale. Ancora nessuno lontanamente immaginava che nel giro di un’ora delle Twin Towers sarebbe rimasto solo un fumante cumulo di macerie. «A me era sembrato assurdo vedere tutte quelle persone accalcate nei corridori del 23esimo piano e, di puro istinto, senza neanche pensarci, ero tornato indietro ed avevo ripreso a scendere, seguito da altri che ho quasi subito distanziato». Lucio corre, e stavolta, trovando le scale completamente libere, arriva nella hall in poco tempo. Si renderà conto di quello che stava succedendo solo una volta fuori dall’edificio quando, voltandosi dopo un enorme boato, si vedrà risucchiato da un’enorme palla di polvere, detriti e migliaia di fogli di carta. Continua a leggere ->

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