Eritrea: nuove amigdale vicino alla Rift Valley

Il Santuario delle amigdale, Eritrea

Reperti umani risalenti a un milione di anni fa, quelli rinvenuti dall’équipe internazionale guidata dal paleoantropologo dell’Università La Sapienza di Roma, Alfredo Coppa, durante l’ultima campagna di scavi in Eritrea. È proprio nel bacino sedimentario di Buya che sono stati ritrovati nuovi reperti umani, e una distesa di centinaia di manufatti in pietra, ricoperti negli anni dalla terra.

Proprio in questa regione, infatti, la Dancalia, all’imbocco della Rift Valley, sono stati già rinvenuti in passato reperti umani: il primo cranio addirittura sedici anni fa; nel 1995, sempre a Buya, era stato ritrovato il cranio di un Homo ergaster/erectus, rinominato la signora di Buya; nel 2011, a gennaio, erano state scoperte delle ossa appartenenti a un altro cranio; fino a quello di questi giorni, il quarto.

Sempre maggiori sono quindi le testimonianze che avvalorano l’ipotesi di un’unica popolazione con caratteristiche simili, che ha lasciato le sue tracce in almeno due insediamenti distanti circa 10 chilometri. Inoltre in questa zona di insediamenti ce ne sono almeno altri 30, già individuati, ma non ancora indagati.

La squadra del professor Coppa ha soprannominato il sito della recente scoperta Santuario delle amigdale: gli utensili ritrovati, infatti, sono delle pietre levigate, bifacciali, dette amigdale per la loro forma a mandorla che rimanda all’amigdala, la parte del nostro cervello che governa le emozioni.
Principale produzione dell’industria litica del Paleolitico inferiore e medio, le amigdale si ottenevano dalla levigazione di frammenti di pietre, ciottoli, o nuclei di selce, e avevano diversi utilizzi: servivano infatti sia a macellare gli animali, che a spezzarne le ossa e i tendini, ma anche per tagliare e lavorare le pelli.

In quest’area è presente la più alta concentrazione di manufatti litici di tipo acheuleano: tra essi reperti di basalto, scisti, selce e quarzite, che si sono accumulati nel tempo per via dei fenomeni di erosione.

Secondo diverse ipotesi, i manufatti che oggi si ritrovano sparsi su una superficie di più di 400 metri quadri, si erano sedimentati sul fondo di un canale. In quella zona dell’Africa, vicina alla più famosa Rift Valley, dove è stata ritrovata la prima australopiteca, Lucy.

Nei prossimi giorni saranno le nuove tecnologie a verificare il modello di espansione della regione cranica parietale e ad analizzare con estrema cura i reperti: “Con queste scoperte abbiamo apportato dati preziosissimi che arricchiscono l’archivio biologico delle popolazioni di questo periodo della storia umana quasi sconosciuto” scrive Alfredo Coppa sul sito de La Sapienza “Ora la parola passa alle tecnologie: i nuovi reperti, come già i denti incisivi trovati nel corso delle precedenti campagne, saranno scannerizzati presso il Sincrotrone Elettra di Trieste per analizzarne la microstruttura. Potrebbe essere così confermata una tappa cruciale del percorso evolutivo da Homo ergaster a Homo heidelberghensis che si affermerà all’incirca 800.000 anni fa”.

Il progetto è frutto di una collaborazione tra ricercatori della Sapienza, dell’Eritrean National Museum di Asmara, delle Università di Firenze, Padova, Torino, Ferrara, Bologna, del Museo Pigorini di Roma, dell’Università di Barcellona e del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi.

 

Benedetta Rutigliano

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews