L’epidemia di ebola spaventa l’Uganda

Quindici morti e quasi duecento casi di contagio ufficializzati. È il bilancio, ancora provvisorio, dell’ennesima epidemia di ebola che si scatena nel continente africano. A farne le spese è stavolta una zona dell’Uganda a pochi chilometri dal confine con il Congo. Nel Paese – già sconvolto nel 2000 da un’epidemia che aveva contagiato oltre quattrocento persone e fatto quasi duecento morti, e dalle trentasette vittime di cinque anni fa – la paura è tanta; tra le vittime, inoltre, figura anche un medico che si era adoperato sin dalle prime ore per prestare assistenza ai malati.

Numerosi esperti internazionali e locali si sono recati sul posto, non distante dalla capitale Kampala, per concordare le strategie migliori per bloccare il contagio. Le autorità politiche e, in particolare, il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni, hanno fatto un appello alla popolazione affinché i contatti fisici siano ridotti al minimo, per evitare la possibilità di nuovi contagi. Al contempo, anche i controlli alle frontiere sono stati rafforzati, mentre negli aeroporti del Kenya, Paese con un turismo molto sviluppato, sono stati approntati centri di controllo infettivologico.

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Allo stato attuale, gli unici vaccini contro la malattia sono stati sperimentati con successo sugli animali, mentre sugli esseri umani sarebbero inutili, stante il rapido avanzamento della sintomatologia; per questo motivo, il contagio porta nel 90% dei casi al decesso, il che restringe il campo di azione alla sola prevenzione di nuovi contagi.

Scoperto per la prima volta trentasei anni fa nel Congo e inizialmente confuso per malaria, l’ebolavirus rientra nella categoria dei virus zoonotici: in altre parole i parassiti responsabili dell’infezione vengono a contatto con l’uomo attraverso gli animali, e in particolare le scimmie.  I sintomi, che durano da pochi giorni fino a diverse settimane, progrediscono con l’avanzare della malattia, che attacca il sistema immunitario e gli organi, provocando emorragie e danni al sistema circolatorio irreversibili.

La trasmissione parassitaria, e l’impossibilità di smaltimento corretto dei fluidi corporei infetti dei pazienti, che siano essi ancora in cura (benché le terapie siano solo palliative) o deceduti, per l’assenza pressoché totale di strutture adeguate, aumentano il rischio di diffusione dell’epidemia anche tra gli operatori sanitari, che spesso entrano a far parte del computo delle vittime.

L’Uganda e l’Africa sono bombe a orologeria, pronte a scoppiare in qualsiasi momento, e tutti gli sforzi della comunità internazionale nei prossimi tempi dovranno essere incentrati al miglioramento delle condizioni d’igiene pubblica e alla creazione di strutture ospedaliere adeguate per il trattamento dei virus infettivi.

Stefano Maria Meconi

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