Enonauti di tutto il mondo unitevi: è nato il WiMu

Il nettare di Bacco ha trovato la propria celebrazione nel Wine Museum, nel cuore delle Langhe

di Laura Dabbene

Il logo del Wine Museum

BAROLO (CN) – In vino veritas. Per questo suo straordinario e proverbiale potere, di addolcire, quasi annebbiare i sensi, fino a far emergere ciò che nella pura lucidità della ragione l’uomo tende a celare, il vino meritava un luogo in cui non solo essere celebrato, ma studiato, amato, conosciuto e, naturalmente, gustato. Questo tempio di Bacco non poteva che nascere in quella terra che, come altre nel nostro Belpaese, è famosa per la qualità dei suoi vigneti, ma che soprattutto è patria di quello da molti conosciuto come «il re dei vini e il vino dei re»: il Barolo. Il nome deriva da un piccolo borgo, posto su altipiano attorniato da colline, e circondato da ettari di terreno coltivati esclusivamente a vite nel cuore delle Langhe piemontesi. Pendii che proprio in questo periodo dell’anno, prima che il fogliame tingendosi di mille tonalità di rosso, giallo ed arancione regali una tavolozza infuocata, brulicano di vita e di attesa: la vendemmia e il raccolto che darà, a dicembre, il vino novello e poi, fino all’anno successivo, quella bevanda che non manca mai sulla tavola dei migliori buongustai.

Il castello di Barolo, sede nel nuovo WiMu – Wine Museum, ha una storia antica e il primo nucleo risale all’età longobarda. È nel XIII secolo che il territorio, edificio compreso, passa nelle mani della ricca famiglia dei Falletti, banchieri che controllano oltre a questo circa 50 feudi in tutto il Piemonte. È uno dei Falletti, Gerolamo, ad assumere il titolo di marchese nel 1730: esso passerà agli eredi nel corso dell’Ottocento fino all’ultimo, Carlo Tancredi, coniugato con Juliette Colbert, meglio conosciuta come Giulia di Barolo.

Vista mozzafiato dalla terrazza del castello

I Faletti perdono il marchesato e la vicenda del castello si intreccia, nel Novecento, con quella di questa zona rurale, prima abbandonata a favore di un insediamento in aree urbane, ma negli ultimi decenni tornata a risplendere grazie al tesoro che è stata in grado di tutelare e far conoscere nel mondo: il suo vino.

Nella residenza Falletti da domenica 12 settembre ha aperto al pubblico l’allestimento museale curato ed ideato da François Confino, già responsabile del Museo nazionale del Cinema alla Mole Antonelliana di Torino. Quello che il visitatore si trova di fronte varcandone la soglia è uno sguardo sull’universo dell’enologia davvero a 360°, dove nulla è lasciato al caso, dove spazi ed illuminazioni sono studiati per condurlo a cogliere l’essenza della bevanda più amata al mondo. In attesa di una visita reale è affascinante immergersi nel tour virtuale percorribile dal sito del WiMu: si scopre che il percorso procede dall’alto verso il basso, passando idealmente dalla grande terrazza panoramica, dove ammirare i declivi pullulanti di grappoli, verso i piani più bassi dell’edificio, dove solitamente si trovano le cantine, dove stanno i tini, le botti e, ad invecchiare, le bottiglie più pregiate.

Il turista del vino, l’enonauta come lo chiamano al Wine Museum, da qualunque angolo del pianeta provenga, si trova così a condividere quello che per gli abitanti della zona è un vero e proprio elemento di identità culturale: l’amore e la passione per il vino e per la sua storia. Non è solo questione di degustare un eccellente prodotto usando le papille gustative, ma di assaporarne il fascino e il mistero con tutte le facoltà intellettuali: l’itinerario nel castello svela, attraverso ambienti che ripercorrono la storia del luogo e del territorio, quanta complessità storico-culturale vi sia dentro, e dietro, ad un bicchiere pieno di un liquido color rubino dal profumo fruttato.

La sala cinema del Museo del Vino

Il WiMu offre spazi per guardare al prodotto vino non solo nella storia, ma anche nell’arte, nel cinema, nella letteratura, nella musica e nella tradizione gastronomica locale e nazionale. Sarà quindi possibile incontrare una sala cinematografica o una biblioteca, là dove meno era prevedibile. L’ultima tappa non può che essere l’Enoteca Regionale del Barolo, ubicata nelle originali cantine marchionali, dove le bottiglie con storiche etichette già di per sé, prima ancora di stapparle, offrono uno spettacolo imperdibile. Qui si incontrano esemplari di annate memorabili, e la terra langarola molte ne ricorda.

Per chi scrive, di natali piemontesi e di famiglia di non antica tradizione enologica, ma dedita comunque ad una produzione per uso e consumo personale, non era inusuale sentirsi ricordare, in relazione al proprio anno di nascita, pregi e caratteristiche del raccolto di quella stagione. Purtroppo, come classe 1976, non ho mai potuto reggere il confronto con mia sorella maggiore, classe 1971, ma ognuna di noi due ha avuto, nel giorno del 18° compleanno, una bottiglia gelosamente conservata da papà con il Barolo di quell’anno.

Anche una biblioteca nel percorso museale

Ecco perché il vino, per noi piemontesi, è parte viva dell’identità personale ed individuale. E il WiMu permetterà di condividerla e trasformarla in una componente di identità più allargata: italiana, europea, mondiale.

FOTO/ via http://www.wimubarolo.it/index.php

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