Elezioni Grecia: i vincitori cercano alleati per formare il nuovo governo

Nel caldo maggio degli appuntamenti elettorali la Grecia ieri sceglieva i propri rappresentati per rinnovare la compagine parlamentare e governativa. Più che destinato a decretare la vittoria di un partito o un leader, il voto greco ha avuto l’importante onere di decidere su una questione vitale per il futuro del Paese: restare o abbandonare l’eurozona? La partita si è giocata prevalentemente intorno al piano di austerity stabilito in seno agli accordi tra il governo e la troika, come viene definita la triade Ue, Fmi e Bce. Difeso da Pasok e Nea Dimokratia – i  due partiti principali dell’ultimo trentennio, artefici della politica di tagli e riforme del governo tecnico di Papademos –, il piano è stato fortemente contrastato dal resto dei candidati.

Ad aver raccolto più favori, con il 18,85 percento delle preferenze, è stato il partito di centro destra Nea Dimokratia di Antonio Saramas, seguito dalla sinistra radicale del Syriza che ha ottenuto il 16,78 percento dei voti e i socialisti del Pasok che hanno contato appena il 13,18 percento delle preferenze. Il partito conservatore Greci indipendenti si è aggiudicato il 10,6 percento dei voti, quello comunista del Kke l’8,48, l’estrema destra di Alba dorata il 6,97 e Sinistra democratica il 6,1.

I risultati elettorali hanno grossomodo confermato le previsioni – allarmanti – dei sondaggi e rivelato soprattutto l’ampia delusione dei cittadini per le scelte portate avanti fino ad ora dal governo greco, sempre più convinti che l’eurozona non valga tanti sacrifici. Nonostante le posizioni da podio, sia Nd che Pasok possono ritenersi i veri sconfitti della contesa, se si considera che nel 2009 raccoglievano, insieme, il 77,39 percento delle preferenze, assicurandosi ben 251 seggi su 300. A contendersi il simbolico trofeo nella disputa sono i radicali di sinistra e gli estremisti di destra, decisi a sovvertire il sistema politico attuale e ostili a tener fede agli impegni con l’Ue. Di fronte a questo cupo scenario l’Europa già trema, non solo pensando alle derive xenofobe e neonaziste di un partito che siede in parlamento perché democraticamente scelto dall’opinione pubblica ma, soprattutto, nel figurarsi l’ipotesi di una Grecia già con un piede fuori dall’eurozona.

Sullo sfondo di un Paese al suo quinto anno di recessione, il dipinto di una nazione che soffre. Nel 2011 i dati Eistat hanno registrato un deficit pubblico pari a 19,6 miliardi di euro – il 9,1 percento del Pil – e un debito pubblico di 355,6 miliardi – il 165,3 percento del Pil. I sacrifici imposti dall’austerity si sono rivelati insostenibili per larga parte dei cittadini, i quali hanno visto ridursi drasticamente gli stipendi e le pensioni. La disoccupazione tocca soglie vertiginose – si attesta al 50 percento quella giovanile – mentre continua a crescere la popolazione a rischio di esclusione sociale e il numero di bambini malnutriti, già 400 mila secondo l’Unicef. In soli tre anni la disperazione ha portato 1725 persone al gesto estremo di togliersi la vita, ultimo atto sintomatico tra l’altro di una ormai moribonda fiducia nel futuro della nazione.

In un simile contesto la disaffezione per la politica e l’avversione per i suoi protagonisti, con le loro sterili promesse e gli anni disastrosi di corruzione e sprechi, hanno inevitabilmente raggiunto l’apice. E l’opinione pubblica ha pensato bene in questa tornata elettorale di punire chi considera gli artefici di questo sfacelo, i due maggiori partiti che hanno dominato la scena politica dal 1974, Nd e Pasok. E di premiare quei gruppi antisistema che si sono fatti portavoce della protesta e che hanno fatto della lotta all’austerity la loro bandiera, proponendo piani alternativi – piuttosto indefiniti – per far uscire la nazione dalla crisi in cui versa da troppo tempo. Ma molti sono stati gli elettori disillusi che, infine, hanno deciso di non andare a votare – l’astensionismo ieri ha interessato quasi il 40 percento dell’elettorato.

Antonis Samaras

L’alternanza perfetta ha lasciato il posto alla confusione multipartitica e, di conseguenza, a una destabilizzazione in sede governativa, dove la contrapposizione di vedute renderà arduo prendere le decisioni necessarie per rimettere in piedi il Paese. Peraltro l’alto rischio di ingovernabilità paventato, insieme al timore di non riuscire a tener fede agli accordi presi con la troika, potrebbe essere scongiurato dall’ipotesi di una coalizione formata da Nd e Pasok, insieme a un alleato propenso al dialogo: aldilà degli scontri in campagna elettorale, Saramas (Nd) e Venizelos (Pasok) sono ben consapevoli che solo unendo le proprie forze, e cedendo a qualche compromesso con alleati strategici, la Grecia continuerà ad assicurarsi un posto nell’eurozona.

Disponendo, insieme, di 149 seggi – 108 l’Nd (contando i 50 avuti come premio di maggioranza) e 41 il Pasok – i due leader saranno impegnati nelle prossime ore a trovare un’intesa con gli altri partiti eletti, con l’obiettivo di smussarne il lato “anti-euro”, per riuscire ad arrivare alla soglia dei 151 seggi indispensabili per governare.

Intanto, dove nell’eurozona le previsioni già si fanno catastrofiche sul futuro del Paese e le ripercussioni che avrà sugli altri Stati, dal Parlamento europeo arriva l’invito alla calma: «Il risultato delle elezioni in Grecia deve essere analizzato con calma per vedere cosa è fattibile. L’esito del voto non merita alcuna reazione eccessiva», ammonisce il presidente Martin Schulz, rivelando l’intenzione di recarsi personalmente ad Atene «per proseguire i miei colloqui con tutte le forze politiche democratiche e costruttive».

Maria Palumbo

Foto / www.google.ithttp://static.guim.co.uk http://www.repubblica.it

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