VIDEO – Elezioni 2013. La politica degli attori: candidati o personaggi?

elezioni 2013

In senso orario: Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola, Antonio Di Pietro e Pierferdinando Casini

Roma – Sulla costruzione del politico come personaggio è stato creato nell’ultimo decennio l’appeal della nostra classe dirigente. E contro un rinnovamento più promesso che intrapreso, questa campagna elettorale sembra essere inevitabilmente un casting per l’ennesimo sequel, con i provini lunghi e ripetitivi sul classico canovaccio invettiva-promesse.
La politica cabarét è un fenomeno sociale, una patologia che  contagia quasi tutti, spettatori e attori. È vero che gli italiani sono un pubblico stanco, interessato più per amore di questo tipo d’intrattenimento che per proselitismo, ma è proprio quest’attenzione e questo insano gusto per lo show politico a motivare l’affanno dei candidati nel definire il proprio personaggio.
A queste condizioni, persino la dichiarazione di Bersani il 17 gennaio  al Teatro Jovinelli «Noi non staremo dentro una campagna fatta solo di politicismo o di Cabaret» pare essere una battuta degna di uno spettacolo d’avanguardia; degna del luogo che l’ha ascoltata. Eppure il leader PD ha interpretato più di un personaggio.
Prima era lo spavaldo avvolto nell’aurea di affidabilità di chi è dato per vincitore. Ora, consapevole di aver perso almeno 4 punti nei sondaggi, non rinuncia ai botta e risposta a distanza con Mario Monti, e sulla questione Monte Paschi è pronto a mordere con un’aggressività insospettata: se il centrodestra  accusa il PD di avere responsabilità per la situazione della banca senese, la risposta è «li sbraniamo». È questo che vuole la platea, un leader che alzi la voce!
D’altronde la faccia di Pier Luigi è quella del Boss Cattivo. Parola di Quentin Tarantino che, intervistato alla trasmissione Volo in diretta (Rai 3), ha giocato ad assegnare ruoli ai nostri politici per uno spaghetto western. Spavaldo vincitore o boss, il leader PD tenta in tutti i modi di conciliare decisione e sobrietà, di trovare una sintesi tra i personaggi che, forse suo malgrado, ha dovuto interpretare. Pare in lotta fra la propria indole da vecchio saggio – il ruolo in cui sembra più a suo agio - e l’energia intransigente di Vendola e della Cgil, più che semplici scagnozzi del capo, forse i veri a terrorizzare gli altri schieramenti sui temi del lavoro, soprattutto quello montiano.
Mentre il centrosinistra cerca di definire la propria identità, Berlusconi è il pianista del Saloon – sempre secondo le intuizioni profetiche di Tarantino – , l’uomo attorno al quale è costruito un grande spettacolo. Un Classico che ha la magia di far parlare di sé anche dopo dieci anni, di monopolizzare gli scenari, di coinvolgere un paese intero che – o nostalgico o indignato – segue ancora le gesta del Cavaliere. Un numero illusionista, una pericolosa fiaba per Monti, secondo cui Silvio è un pifferaio magico; un thriller per Scajola, Dell’Utri, Cosentino, trovatisi all’improvviso indesiderati nelle liste del Pdl.
Figlio di queste logiche da show e della simbiosi tra pubblico e attori, è inevitabilmente anche il Movimento 5 Stelle, fatto di rabbia e indignazione incarnata in Beppe Grillo. Un leader che non è un leader, che è l’uomo copertina, l’uomo dalle metafore sagaci e dalle dichiarazioni sbilenche, dagli occhi accesi e dai folti capelli che gli valgono il ruolo di Scemo del Villaggio nel film ipotizzato da Tarantino. Il suo Tsunami scenografico sarà anche in radio e televisione, i mezzi che tanto aveva vituperato, e avrà l’audience degna di chi è uno scienziato dello spettacolo, di chi attende il momento giusto per la prima apparizione nei finora disertati talk show. Grillo è la prova che questa concezione circense di far politica non è prerogativa di un leader o di un altro, ma è tanto insita nel genoma italiano che ormai misurare i dati audience è misurare il consenso elettorale.

elezioni 2013

Quentin Tarantino

Vivremo un’ultima settimana pirotecnica, come in fondo vogliamo: sentiremo all’infinito le pistole roboanti di Bersani, la musica suonata da Berlusconi, la vivacità violenta e creativa di Grillo.
E Monti chi interpreta? Il professore, il tassatore, Padre Merrin esorcista al contrario, secondo la definizione di Grillo data ai giornalisti di Ballarò. Mario ha troppi personaggi accostati alla propria figura per riuscire a crearne uno nuovo autonomamente. Vorrebbe essere l’immagine del sano rinnovamento politico, ma la sua vera identità è sempre più indistinguibile nel clamore sollevato dagli altri leader; confusa nella ricerca di future alleanze di governo col PD o con un Pdl senza Berlusconi, resa poco credibile dalla coalizione con i veterani Casini e Fini.
Chi è Ingroia e cos’è Rivoluzione Civile?  Si trovi un ruolo, scelga se essere una novità di sinistra o il seguito di Italia dei Valori. Se non sono personaggi ben definiti o attori in cerca di una parte, i nostri leader politici sono come inesistenti. Poco importa: the show must go on.

Fabrizio De Gregorio

Foto || globusmagazine.it

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