Elezioni 2013. Bersani chiama Renzi per contrastare il professore

bersani monti

Pier Luigi Bersani, Mario Monti

Roma – Diciamola tutta, Il segretario Pd Pier Luigi Bersani è un ottimo tattico. Dal momento in cui, mesi fa, ha formalizzato la sua alleanza con le sinistre estreme che gravitano intorno al Sel di Nichi Vendola e i sindacati rossi, Cgil e Fiom, ha dribblato ogni ostacolo, meglio di Balotelli.

Così non stupisce se dopo l’ultimo affondo del suo vero avversario in queste elezioni, Mario Monti, Bersani non ci ha pensato un attimo e ha gettato sul tavolo la carta Matteo Renzi. Con ordine.

Stamattina il presidente del Consiglio dimissionario – ex super partes, che si dice super partes ma che al momento si propone candidato centrista in corsa per le politiche  – è apparso a Uno Mattina (Rai1) per esporre quanto segue.

Uno.  La sua personale pagella scolastica di “Buoni” e “Cattivi” che nel fantastico mondo di Mario sarebbero i “Riformisti” e i “Conservatori”. Tra i primi ci sarebbero lui, i centristi e qualche egregio filo montiano. Nello spazio dedicato ai Conservatori, invece, sono volati stracci.

Due. Tra essi appare senza dubbio il Pdl come fucina di interessi lobbistiche e Berlusconi in quanto persona volubile. Ma è sul centrosinistra che Monti spara a zero. O meglio su una parte della futura coalizione sindacale-politica che rischia di vincere la tornata elettorale: la Cgil e la Fiom in primis ed ogni esponente del Pd-Sel, da Vendola a Fassina, che vorrebbero disfare la riforma del Lavoro e quella delle pensioni, anteposti irrinunciabili dell’agire dell’ultimo Governo, salutato come salvatore della nazione nel novembre 2011.

Altri tempi. Ora il Sobrio è diventato temerario e poiché in politica e guerra tutto è concesso, occhio al virgolettato del loden più spietato che c’è: Pier Luigi Bersani dovrebbe subito ‹‹tagliare le ali estreme›› e ‹‹silenziare Fassina›› esattamente come tutti coloro credono possibile la modifica delle riforme montiane. Altrimenti, continua il dimissionario, il segretario Pd andrà incontro a ‹‹problemi››. Roba che detta così è già inquietante quando si riflette che l’europeista Monti ha dalla sua l’appoggio Ue e che già attraverso il suo intervento cadde Berlusconi. D’altronde il premier stesso ha chiarito che in caso di Senato “ballerino”, nel dopo elezioni, il Pd potrebbe assicurarsi l’appoggio del centro solo in cambio di un taglio netto dei poco graditi al Professore.

Brutto ripetersi ma se c’è un avversario da cui le sinistre devono guardarsi è giusto Monti. Un nemico potente non già perché potrebbe decretare la sconfitta della coalizione ma perché è pronto a tutto pur di indebolirla. Con ogni mezzo. Roba già supposta in questa sede solo che ora il prof. è passato ai fatti.

In Lombardia Monti non ha esitato a offrire il proprio endorsement all’ex sindaco Albertini, outsider rispetto alle istanze di Pdl e Lega che corre con Maroni. Il gioco è di sottile strategia: appoggiare Albertini significa assicurargli la sconfitta perché farà fuggire i voti di gran parte del centrodestra. Intanto ha già fatto fuggire l’ex presidente di regione Roberto Formigoni il quale, ad Albertini, aveva dato pieno appoggio. Poi Monti attrae anche i voti dei più moderati, molti intellettuali, tanti frequentatori di salotti, senza contare che il candidato Pd, Ambrosoli, non convince gli elettori sinistrorsi più estremi. La sfida sarebbe radicali contro radical e così Maroni potrebbe anche guadagnare la Regione che vale al Senato un botto di seggi. Queste scelte non sembrano pensate per avvantaggiare il Pdl ma ostacolare il Pd. E qui si torna a Bersani.

Che fosse un dritto si sapeva. Che fosse un buon equilibrista lo ha dimostrato di recente in almeno due occasioni: quando ha trionfato alle primarie contro il sindaco di Firenze Renzi e quando è riuscito ad accreditarsi il nome dell’Antimafia Pietro Grasso, garantendosi il voto dei manettari. Nel primo caso si è reso figura legittimata per il Governo e pazienza se le votazioni sono state un’arlecchinata. Almeno sono state, e in assenza di strutture istituzionali è lecito che ognuno si dia le regole che crede.

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Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi

Nel secondo caso Bersani ha stoppato gli inviti troppo pressanti di un altro magistrato in politica, Antonio Ingroia, che si porta dietro la zavorra di quel che resta dell’Idv e di Antonio Di Pietro.

Ora Bersani fa un’altra mossa azzeccata contro chi rischia di mandargli a rotoli l’alleanza: dare più credito all’ala riformista del partito, ovvero quel Renzi che, avendo guadagnato il 40% del Pd alle primarie, rappresenta un buffet di consensi appetitoso. In queste ore, il segretario – previo pranzo chiarificatore con l’interessato – ha spiegato che ‹‹Renzi avrà un ruolo attivo››. Scelta obbligata. La domanda è se basterà a neutralizzare il professore e assicurare al futuro governo stabilità. Forse no. Perché Bersani sta legandosi le mani da solo: ha assicurato difesa all’ala estrema e spazio a quella riformista. Così in futuro non potrà zittire i filo montiani rimasti nel Pd e neppure  calmare i radicali. Non potrà placare le richieste dei sindacati e tanto meno condurre i renziani a miti consigli. Oggi il segretario si è messo in balia di ogni voce interna a partito e coalizione. Come fece Romano Prodi nel 2006. E allora diciamola tutta: Bersani è un ottimo tattico ma Monti è davvero uno stratega.

Chantal Cresta

Foto || agi.it

 

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