Elezioni 2013. A sinistra solo insulti ma forse qualcosa si muove

Beppe Grillo e Antonio Di Pietro

Roma – Che senza Silvio Berlusconi le sinistre abbiano preso ad azzannarsi e continueranno a farlo almeno fin dopo il voto del 2013, è un fatto. Tanto che Antonio Socci, dal suo blog Lo Straniero (antoniosocci.com), non può fare a meno di chiedersi ma chi glielo faccia fare al Cavaliere di tornare. Che rimanga dove sta. Si metta in disparte e si goda lo spettacolo, che tanto questi ci pensano da soli a darsele di santa ragione.

Il commento è esatto e i fatti lo dimostrano: Bersani vs Grillo, Benigni vs Grillo, Il Fatto vs Repubblica, Scalfari vs Travaglio, Zagrelbelsky vs Giorgio Napolitano, Di Pietro vs Bersani, Grillo vs tutti. Un vaniloquio di accuse e insulti. Roba nota.

Epperò, non è tutto qui perché a ben ascoltare, dietro le bestemmie e i reciproci inviti a fare la fine più truce, qualche elemento sensato si afferra e forse qualcosa si muove. Elenchiamo.

UnoBeppe Grillo non ha un programma da offrire. Se lo avesse non perderebbe tutto il suo tempo in ingiurie. Si dirà: lui non si candida, non spetta a lui dedicarsi a queste attività. Giusto. Ma se il M5s è il comico – tanto che il cuore pulsante del movimento, il blog, non è del M5s ma di Beppe Grillo – e lui non si candida, dovebbe quantomeno proporre aspiranti volti. I quali però non esistono, perché l’elettore non vota M5s ma il faccione di Beppe Grillo, che però non si candida. Il che implica che quando il M5s arriverà in Parlamento, potrà fare solo ciò che fa ora: lo sfondo agli sfottò di Grillo sul Web. Fine del senso politico del M5s e forse del M5s.

DuePier Luigi Bersani ha scelto Nichi Vendola come compagno in corsa elettorale dicendo, in teoria, addio all’alleanza con Pierferdinando Casini. Gli elettori dei 3 gruppi politici in causa – Pd, Sel, Udc – hanno tirato un respiro di sollievo. La grande ammucchiata non garbava a nessuno: non ai centri sociali, non alla Chiesa e tanto meno all’elettore medio di centrosinistra poco montiano e molto filo sindacato. E qui sta l’inghippo. A ben leggere le dichiarazioni di Udc e Pd, però, sembra di capire che la comunella sia solo rinviata. Per varie ragioni.

Per cominciare il Pd e il Sel insieme radunerebbero appena 297 seggi, 19 in  meno della maggioranza. Invece, in tandem con l’Udc e Fli, si raggranellerebbero 312 seggi, buona cifra ma ne occorrebbero altri 34 per avere un governo. Unica soluzione: l’intesa. Ma qui si pone un problema: come farla digerire ai reciproci elettori? Nell’unico modo fattibile: ammucchiandosi nel post voto, alla faccia della buona fede. Se ciò accadesse, gli accordi non riguarderebbero solo Pd, Sel e Udc – lo strano triangolo della futura strana maggioranza – ma anche altri gruppi: Fli, appunto, che vale un soldo ma se fa numero, perché no. L’Api che con Rutelli ci si capisce e pure l’IDV che tanto gli umori passano ma le amicizie restano, quando tornano utili. Il che rimanda a un quadro già visto, già sperimentato e già naufragato: l’Ulivo redivivo, retaggio del vecchio Pci. E ci risiamo.

Se poi vi fossero dubbi sull’ipotesi, basta dar retta ai commenti del portavoce, vicepresidente della Camera, Rocco Buttiglione (Udc), che alla scelta di Bersani di salutar Casini e accasarsi con Vendola, non ha battuto ciglio: ‹‹Bersani ha il diritto di andare ad elezioni con Vendola e chiedere una maggioranza, se il popolo non gliela dà vuol dire che vuole la grande coalizione e allora saremo noi a giocare la carta. Di alleanze si parlerà dopo le elezioni››. E i voti son gabbati.

Tre – Si arriva al sindaco di Firenze Matteo Renzi. Il piddino ha sciolto gli indugi e annunciato la sua discesa in campo alla premiership del partito, con conseguente inevitabile irrisione grillina. Il sindaco si preparerà ad una tour in camper per l’Italia, attraverso cui proporrà il suo programma che sarà ufficiale dal prossimo 13 settembre.

bersani-renzi
Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani

Non è detto che il piddino vincerà. Anzi, contro Bersani, è possibile il contrario. Ma attenzione: l’uomo conosce il suo partito e gli sono chiare due cose: Bersani, oltre ad allearsi con chiunque respiri ancora, non ha progetti di governo. Non può averne. Il mix  eterogeneo con cui vuol sposarsi gli renderebbe difficile qualsiasi proposta e impossibile qualsiasi promessa pre-elettorale. Ragion per cui si getta – lui pure – nelle offensive contro Grillo e Di Pietro. In secondo luogo, Renzi e tutta la parte di partito che lo sostiene è consapevole che, se pure Bersani arrivasse a Palazzo Chigi seguito dalla sua comitiva, il Governo reggerebbe pochi mesi e si tornerebbe probabilmente al punto di partenza: o nuove elezioni o Esecutivo tecnico. In un caso e nell’altro Bersani sarebbe finito e Renzi a quel punto avrebbe la strada sgombra per la segreteria, compiendo ciò che gli preme da sempre: rottamare le cariatidi del Pd. Il che, a catena, costringerebbe ogni altro gruppo politico che miri a sopravvivere a fare altrettando, Pdl in testa. E qui si torna a Berlusconi che, se fosse un po’ accorto, non solo farebbe bene a starsene da parte ma pure a lasciare libero Alfano di ricostruire il Pdl (cambiar nome al partito a che serve se poi le mummie son sempre le stesse?) e tenersi pronti tutti, se non ai nuovi scenari – è chieder troppo –, almeno ai nuovi sviluppi. Non sarà mai tempo sprecato.

Chantal Cresta

Foto || linkiesta.it

 

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