Ekat Bork, ‘YASDYES’: sperimentare nuove identità

Il nuovo album elettronico della svizzero-siberiana Ekat Bork sorprende per coraggio e inventiva, tanto da rendere la sua creatrice una delle rare figure artistiche attuali di cui prendere nota

La copertina di "YASDYES", il nuovo album di Ekat Bork

La copertina di “YASDYES”, il nuovo album di Ekat Bork

“Poi in un momento diverso dagli altri io coprirò il peso di queste distanze”, cantavano i Diaframma in quel capolavoro di brano e disco che portava per titolo Siberia. E proprio la Siberia è il luogo di origine tanto genealogica quanto concettuale di una giovane forza della natura capace di colmare quelle distanze (tra il passato primigenio e l’attecchimento momentaneo in terra svizzera) smuovendo il terreno di ogni possibile e statica convinzione contemporanea al ritmo di pulsazioni elettroniche e melodie acide e sofferenti perfettamente in linea con quanto di acido e sofferente emerge da un vastissimo bacino di storie da raccontare. Storie in cui il lieto fine, se c’è, viene concesso solo al prezzo di un difficile e tortuoso percorso di auto-conoscenza e auto-fraintendimento finalizzato sempre e comunque ad un eterno nuovo inizio, qualunque sia il sovrapprezzo di ogni spiraglio di salvezza. Ekaterina Borkova, in arte Ekat Bork, in un album come YASDYES (che in russo vuol dire “io sono qui adesso”) riesce a sprigionare ogni possibile grido di ribellione contro la staticità prima mentale e poi fisica, quel pur inconsapevole ancoraggio in acque tutt’altro che sicure che costringe l’individuo moderno a non tentare più di raggiungere orizzonti di (pur semplice) soddisfazione individuale.

Ekat Bork

Ekat Bork

UN PELLEGRINAGGIO DI SUONI E IDEE – Storia narrata ai quattro venti vuole il pellegrinaggio di Ekat Bork avviarsi materialmente in seguito al furto di una certa somma di denaro familiare per farsi sostanza trascendentale nel momento in cui un’opera di pregio assoluto come YASDYES arriva a parlare a qualcosa di ben più annidato rispetto alle più intuibili sensazioni umane. Ogni suono, ogni rumore, ogni beat e ogni singola stratificazione elettroacustica proveniente da YASDYES invoca a gran voce (e che voce) la liberazione definitiva (se sarà mai possibile) di una visione animistica di un substrato culturale in perenne andirivieni fra tradizioni e pulsioni evasive. A parlare è l’esperienza maturata (seppur così giovane) in prima persona, quella costrizione climatico-esistenzialista che rinchiude intere schiere di popolazione in cunicoli di autoreferenzialità dalla quale fare capolino verso una nuova luce equivale quasi a tradire una buona fetta di se stessi, stando a certe logiche educative appartenenti ad ogni possibile altrove.

UN PICCOLO DONO DI REDENZIONE – Ma il tempo è sia giudice che complice, perciò eccoci qui a fruire di un piccolo dono di un lontano universo concettuale che arriva al nostro cospetto, prende per mano i nostri neuroni e li ricombina in un continuo e imperterrito gioco di traslitterazioni significanti. YASDYES è esattamente questo: sovversione tanto delle metriche strutturali del formato canzone quanto delle basi portanti della conformazione stilistica in ambito elettronico; lotta eterna contro un mondo che non viene letto come pergamena di istruzioni, bensì come libro bianco da completare a proprio personale piacimento. Oscurità, profondità, ossessione, scampoli di malattie ideologiche prontamente curate da ristrutturazioni metriche e intuitive sono il nucleo fondamentale da cui parte un vero e proprio viaggio sonico che, sulle tracce di quello reale, ripercorre una precisa identità per farne qualcosa di ulteriore, di altro, di solenne.

Ekat Bork

Ekat Bork

IL DISCO - Sono tutti concetti posti brillantemente in essere da un certosino connubio di elettronica sperimentale estremamente stratificata, elementi di elettro-pop di grande sofisticazione e impostazioni vocali funzionalmente camaleontiche in quanto pregne di multiformità. Le pulsazioni e le aperture riservate alla precisione di Fear e alle derive trip hop di Happiness sfociano subito in in mari di psichedelia da acido catartico (My planetany) che non rinunciano a percorrere diramazioni delicate e profondamente melodiche (When I was, Zhazhda), mentre il formato canzone comincia a prendere le sembianze di una metamorfosi disomogenea ma sinuosamente necessaria (Red sektor, Darkness) e le felinità delle pulsazioni robotiche di Jungletown sfociano in acque semi-industrial (Krakoin) e orgogliosamente ascetiche (Dakota). Non si può non giungere, dunque, a riflessioni retrospettive ma lungimiranti (The jumpo off the cliff), nuove pulsazioni di vitale rinnovamento individuale (Legal) e irrimediabile punto di non ritorno concettuale (le coraggiose sperimentazioni techno-melodiche della conclusiva Thank you).

Nel bel mezzo di tanta apparente complessità minimalista, in definitiva, si annida l’esigente estro di una nuova stabilità tanto ideologica quanto stilistica, dichiarazione di intenti che non tarda ad arrivare alla comprensione di chi percepisce l’esigenza di aria nuova ma, al contempo, ricca di contenuti metrici ed empatici al contempo. Per approdare in un luogo giudicabile come definitivo occorre percorrere infinite strade differenti l’una dall’altra. Riuscire a mettere radici in uno stile come in un territorio è un dovere sia artistico che intellettuale.

Voto: 8

Stefano Gallone

@SteGallone

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