Egitto, la Repubblica di sangue

Egitto, la Repubblica di sangue

Il Cairo – Sfrecciano i cacciabombardieri dell’Aviazione egiziana nel cielo della Capitale. Piazza Tahir è tutta con i nasi all’insù. Sbucano dal nulla, da sopra i palazzi e nelle più spettacolari composizioni geometriche, a tutta velocità, rompono la barriera del suono mandando in delirio la folla sottostante.

Tutto L’Egitto è nelle piazze e nelle strade per festeggiare la giornata del 6 ottobre. Una data importante per la Repubblica egiziana; segna l’inizio di quel glorioso conflitto che, nel 1973, in un primo momento travolse le difese israeliane poste sul lato orientale del canale di Suez e che insieme a Siria, Giordania ed una forza araba multinazionale aveva il dovere di cancellare la disfatta della guerra “dei sei giorni” di sei anni prima.

Yom Kippur, dal nome della festa religiosa ebraica in cui la coalizione araba attaccò Israele. A sud le divisioni corazzate egiziane avevano il compito di riconquistare la penisola del Sinai sottratta dai sionisti nel conflitto del 1967 mentre, a nord, la Siria aveva l’obiettivo di conquistare le Alture del Golan e, da lì, prendere la città di Haifa.

Se in un primo momento Israele si dimostrò del tutto impreparato, bastarono pochi giorni affinché la situazione militare volgesse a suo favore. Le divisioni corazzate ebraiche riconquistarono rapidamente il Sinai e, per di più, riuscirono ad attraversare il canale di Suez ed invadere a loro volta il territorio egiziano. Il comandante del corpo corazzato, il Generale Ariel Sharon, venne fermato dal cessate il fuoco a centouno chilometri da il Cairo in territorio africano. Sul fronte nord, gli israeliani passarono al contrattacco riconquistando le vette precedentemente perdute e spingendosi sino a quaranta chilometri dalla capitale Damasco.  Il cessate il fuoco imposto dall’Onu il 25 ottobre 1973 riportò gli eserciti coinvolti alle rispettive linee di partenza, soprattutto Israele che dall’iniziale debacle capovolse la situazione militare in suo favore come meglio non potesse fare.

Nonostante ciò, quella guerra rappresenta la giornata dell’orgoglio militare egiziano. La riconquista del Canale di Suez consentì al Presidente Sadat di negoziare alla pari con il Primo ministro israeliano Begin ed ottenere nuovamente l’annessione del territorio della penisola del Sinai con gli accordi di Camp David del 1978.  Come ogni 6 ottobre, anche ieri il popolo era sceso in piazza Tahir per onorare se stesso, i propri padri, i propri zii, i propri figli a cui era toccato l’amaro compito di assaporare l’amara “sabbia del deserto” di quel lontano conflitto.

Ma questo anniversario ha dimostrato come  l’Egitto sia ancora un focolaio dove, in profondità, la brace arde sotto le ceneri. Non si è spenta la rabbia dei Fratelli Mussulmani per i morti, per la destituzione del Presidente Morsi, per gli interventi legislativi adottati dal Governo contro il loro movimento politico e, infine, per l’irreprensibile pugno di ferro con il quale i militari guidati dal Generale Al Sisi hanno stroncato, e continuano a stroncare, ogni tentativo di manifestazione nelle strade o nelle piazze del Paese.

Egitto: La Repubblica di sangue

Egitto, la Repubblica di sangue

In una giornata calda, tra le bandiere egiziane al vento nelle piazze, dai quartieri di Ramses e Dokki le scintille tra sostenitori pro-Morsi e le forze di sicurezza sono scaturite in violenti scontri che hanno portato alla morte di ventisei manifestanti ed oltre duecento feriti. Altre vittime sono state registrate fuori dalla Capitale e, in particolare, nelle zone di Bani Suef e Delga.

Dai cortei delle manifestazioni pro-Morsi, come un’emorragia incontrollata, si sono staccati i gruppi che puntarono su Piazza Tahir. I militari unitamente alle forze di polizia, constatata l’impossibilità di trattenere e respingere la folla islamista, hanno iniziato ad utilizzare le armi da fuoco ad altezza d’uomo. Tragedie annunciate. Sempre nel quartiere di Dokki la candidata alla presidenza egiziana nelle precedenti elezioni, la giornalista Bothaine Kamelè, è stata aggredita mentre si trovava sul proprio veicolo dai Fratelli Mussulmani.

Come detto, il bilancio delle perdite ammonta a ventotto morti ed almeno duecento persone ferite. In quest’ultimo mese, la Comunità Internazionale e soprattutto i media Occidentali hanno focalizzato l’attenzione sul conflitto siriano dimenticandosi che in Egitto, a distanza di mesi, la gente muore ancora nelle strade. Il bollettino di oggi rappresenta quanto la piaga egiziana non si sia per nulla cicatrizzata. È necessario che il Governo ed i militari adottino una “fase due” che porti al superamento dei conflitti tra i pro ed anti-Morsi. Allo stato attuale, chiunque volesse scendere in piazza per manifestare un proprio pensiero, un ideale, animato dalla volontà di cambiare le cose, lo farà consapevole che potrebbe non fare più ritorno a casa e che, in quella piazza, potrebbe rimanerci per sempre. Come un fiume in piena, continua a scorrere il sangue dei vinti nelle piazze e nelle strade d’Egitto imbrattando con il colore della vergogna, il rosso, la gloriosa aquila di Saladino.

Marco D’Agostino

Foto: epa/manuel de almeida,leggo.it,ilmessaggero.it

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