Egitto: proseguono gli scontri, quali gli scenari futuri?

Incertezza totale sul numero dei morti: alcune centinaia, o molte migliaia?

Il Cairo – Una recrudescenza della violenza di piazza improvvisa, ma attesa, ha trasformato il già fragile equilibrio dell’Egitto in una polveriera la cui esplosione ha prodotto effetti inimmaginabili. A fare le spese dell’instabilità politica, conseguente alla decisione dei militari di destituire il presidente Mohamed Morsi, non solo soltanto i suoi sostenitori, con la repressione capace di colpirli in ogni strada e piazza della capitale, ma anche e soprattutto la comunità cristiana egiziana.

Appare strano, infatti, che uno scontro di natura politica, tra uno Stato che cerca faticosamente di recuperare un equilibrio e una parte politica che, avversa, chiede la rimessa in libertà del suo leader, debba coinvolgere una pur piccola comunità religiosa. Invece, la partecipazione dei cristiani – cattolici copti e greco-ortodossi – alle proteste di piazza per chiedere le dimissioni di Morsi, è stata vista dai Fratelli Musulmani come una “giustificazione” per l’ennesima, violenta, repressione della più grande minoranza religiosa in Egitto.

Così, mentre piazza Rabaa al-Adawiyah e piazza al-Nahda si trasformavano in cimiteri a cielo aperto, con l’esercito che aveva ricevuto istruzioni di sparare a vista (dagli elicotteri o in strada poco importa) sui manifestanti, pur di farli retrocedere dalle zone calde della città, gli stessi sostenitori di Morsi davano vita a una crociata del XXI secolo, radendo al suolo oltre quaranta chiese. Gli attacchi sono stati duramente condannati, quasi a voler segnare una netta cesura tra ragione e follia, da Ahmed Muhammad Ahmed el-Tayeb, imam della moschea di Al Azhar, punto di riferimento per la teologia sunnita.

Nel frattempo, la repressione si fa sempre più dura, e per la prima volta l’allarme sicurezza non riguarda soltanto le zone centrali dell’Egitto, da sempre teatro di manifestazioni e scontri, ma anche quelle periferiche, dove sino ad oggi era arrivato soltanto l’eco lontano del caos del Cairo. La marcata instabilità, e la sicurezza che viene meno in quasi tutto il paese, ha spinto infatti l’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari, a raccomandare agli italiani – circa 20mila – di «non muoversi e rimanere all’interno dei resort almeno fino a quando la situazione non lo consenta».

Proprio gli ambasciatori, e la diplomazia in generale, sembrano inattivi rispetto all’escalation della violenza egiziana. Così, mentre l’Italia decide in maniera unilaterale di bloccare la fornitura d’armi all’Egitto, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea rimandano a data da destinarsi il vertice nel quale si dovrebbe discutere delle misure da applicare e da promuovere per fermare questi prodromi di guerra civile.

Sebbene il nostro ministro degli Esteri, Emma Bonino, abbia chiesto all’alto segretario Ue Catherine Ashton di accelerare i tempi, a contribuire a questa incertezza diplomatica c’è anche la fredda reazione degli Stati Uniti d’America, con un presidente Obama (in vacanza) chiaramente incapace di fornire idee concrete per la soluzione di questa crisi interna all’Egitto.

La situazione è, in sostanza, sia complessa che difficile da prevedere nei suoi aspetti futuri: i Fratelli Musulmani difficilmente – per il loro carattere estremista e violento – cederanno alle pressioni del nuovo governo egiziano, e ancor più difficilmente siederanno al tavolo delle trattative, mentre una frangia violenta, che nulla a che fare con la pur legittima protesta, continuerà ad aggiungere ulteriore violenza a quella repressiva. L’unica possibilità per recuperare, almeno in parte, la stabilità, sembrerebbe essere quella di indire nuove elezioni, sebbene qualsiasi nuovo governo sarebbe sempre a rischio golpe da parte del potere militare, quello sì, da limitare nella sua azione.

 

 

 

 

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