Egitto, la fine già prevista di Mohamed Morsi

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Gli egiziani dovranno tornare di nuovo al voto per eleggere il successore di Morsi

Il Cairo – A un anno dalla sua elezione democratica, frutto della deposizione del decennale regime di Hosni Mubarak, il presidente egiziano Mohamed Morsi è stato deposto dall’esercito e posto agli arresti domiciliari, con l’obbligo di non lasciare il suolo dell’Egitto. Si conclude così, in maniera non violenta – sebbene negli scontri tra favorevoli e oppositori al presidente si siano registrate decine di vittime – la seconda transizione di potere che riguarda il più grande dei paesi dell’Africa mediterranea.

Allo stato attuale delle cose, l’ormai ex presidente sarebbe stato trasferito negli edifici del ministero della Difesa, sotto controllo degli uomini che rispondono al generale Al Sisi, mentre i ministri e il suo staff si troverebbero nell’edificio nel quale era anch’egli fino alla tarda serata di ieri, mentre a piazza Tahrir e nelle strade della capitale la folla giubilante faceva esplodere fuochi d’artificio.

Nel frattempo, la nottata è trascorsa tra gli scontri che hanno viste coinvolte le forze di sicurezza e le fazioni pro/anti Morsi. Il bilancio è di almeno dieci morti, sette a Marsa Mathrou e Alessandria d’Egitto, e gli altri tre nella città di Al Minya.

Come in altri casi di colpo di Stato militare, la Costituzione (approvata proprio un anno fa) è stata sospesa, e i poteri di Morsi sono stati trasferiti al primo giudice della Corte Costituzionale, Adly Mansour, che occuperà l’incarico di presidente ad interim, fino alla convocazione di nuove elezioni presidenziali, che l’Unione Europea preme perché «avvengano nel più breve tempo possibile».

L’Alto rappresentante Ue per gli Esteri, Catherine Ashton, ha riferito in un comunicato: «Esorto tutte le parti a tornare rapidamente al processo democratico, compresa l’organizzazione di elezioni presidenziali e legislative giuste e libere per consentire al paese di riprendere e portare a buon fine la sua transizione democratica».

Morsi, che come dicevamo era stato eletto un anno fa, ha da subito improntato la sua presidenza al “recupero della tradizione islamica”, come è già accaduto negli altri stati dove i Fratelli Musulmani, o i loro affiliati, hanno conquistato il potere. Nel frattempo, l’Egitto ha continuato a soffrire gli effetti di un sistema economico insostenibile, dove l’elettricità, il petrolio e i beni di largo consumo sono distribuiti a prezzi calmierati.

La continua necessità di denaro per fornire prodotti a prezzi ridicolmente bassi ai cittadini ha trascinato il paese sul lastrico, rendendolo non appetibile per gli investitori esteri, e bloccando i finanziamenti da parte di Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale. In assenza di riforme credibili e totali del settore pubblico e statale, Morsi ha “vivacchiato” per un anno, ma quando gli effetti del suo mancato impegno riformatore sono emersi in tutta la sua durezza – scarsità di viveri e code chilometriche davanti le pompe di benzina – la sua fine era già segnata.

L’intervento delle Forze armate, che lo hanno destituito in un clima di generale sollievo al quale solo una minoranza di fedelissimi non ha aderito, dimostra l’incapacità di gestire una nazione come l’Egitto solo ricorrendo alla tradizione giuridica islamica o al recupero dei valori antichi, e pone l’accento sul fallimento concettuale della Primavera Araba, nata per recuperare la libertà perduta (come in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e via discorrendo) e finita per portare al potere fantocci ancor più inabili al governo dei dittatori che si erano riproposti di cacciare via.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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