Egitto: dopo la rivoluzione torna la vexata questio della democrazia

Gli Stati arabi diventati indipendenti prima della seconda guerra mondiale sono passati da un breve periodo di elezioni competitive a svariati decenni di governo monopartitico, per poi tornare a un sistema politico più aperto negli anni Ottanta e Novanta. Altri Paesi, invece, hanno seguito un percorso diverso: in Tunisia, Algeria e Yemen non si è verificata l’iniziale fase multipartitica, mentre Giordania, Libano e Marocco non hanno mai conosciuto la fase del partito unico. Israele, dal canto suo, ha sempre mantenuto un approccio democratico, quantomeno nei confronti dei cittadini ebrei.

Per esemplificare la vexata questio della democrazia nel mondo arabo, però, è utile analizzare il caso egiziano. Tra l’indipendenza formale, ottenuta nel 1923, e il colpo di stato del 1952, in Egitto si sono tenute dieci elezioni parlamentari. Quelle in cui gli elettori sono stati liberi di scegliere sono terminate generalmente con una vittoria del partito Wafd, l’alleanza nazionalista nata nel 1919 per combattere il protettorato britannico. Tuttavia, la maggioranza dei governi guidati dal Wafd non è durata più di pochi mesi, a causa delle interferenze da parte del re e dei partiti minori.

La vicenda egiziana mostra quali siano i problemi legati al funzionamento di una democrazia reale in una società prevalentemente analfabeta e rurale. La costante instabilità politica, infatti, ha avuto forti ripercussioni sull’organizzazione dei partiti, scoraggiandoli a diventare qualcosa di più che semplici macchine per vincere le elezioni, e rendendo superflui gli assembramenti pubblici. Date queste evidenti lacune, la democrazia in Egitto è rapidamente finita sotto attacco, ma nonostante tutte le difficoltà, la maggior parte dell’elite egiziana ha lottato per mantenerla viva fino alla sconfitta nella guerra di Palestina (1948-1949). Da questa data, la democrazia ha cominciato ad essere considerata un’iniziativa occidentale per promuovere la divisione sociale e politica, e Nasser è stato il primo leader a mettere in pratica tale convinzione, istituendo un governo autoritario e militare che ha segnato la fine della democrazia egiziana.

Il regime voluto da Nasser ha abolito tutti i partiti esistenti. Per colmare tale vuoto, ha organizzato una serie di raggruppamenti nazionali, l’Unione Nazionale nel 1956 e l’Unione Socialista Araba (USA) nel 1961, organizzazioni di massa con un monopolio totale sull’attività politica. La scelta dei nomi fu significativa: venne deliberatamente evitato il nome “partito”. Ovviamente, la notevole sovrapposizione tra queste organizzazioni e lo Stato, e la mancanza di una funzione distintiva e di un’ideologia coerente, sollevò presto la paura che l’Unione si trasformasse in qualcosa di simile al partito comunista jugoslavo o sovietico.

Carta della democrazia nel mondo araboÈ toccato quindi al suo successore, Sadat, il compito di convertire l’Unione in un partito politico controllabile, nel quadro del processo di liberalizzazione lanciato nei primi anni Settanta. Sadat decise di utilizzare l’USA come mezzo per mobilitare il sostegno al regime nel contesto di un sistema elettorale multipartitico. Così, gettò le basi per un sistema tripartitico, tra cui il suo Raggruppamento Socialista Nazionale, che ebbe il vantaggio di poter contare su elezioni controllate. A tale scopo, stabilì che nessun partito avrebbe potuto costituirsi su basi settarie, di classe e geografiche. La legge, inoltre, fece sì che ampie fette della popolazione, soprattutto operai e contadini, rimanessero emarginate. Questo esperimento di democrazia controllata si è subito rivelato fallimentare, provocando una crescente opposizione popolare.

Ed è stato proprio Mubarak, protagonista della cronaca degli ultimi mesi, a riprendere la spinta verso un sistema più aperto, istituendo un sistema di rappresentanza totalmente nuovo, che favorisse come sempre il partito di governo, ma lasciando comunque spazio a una limitata opposizione ufficiale. Ciò bastò a garantire che il 43% dei votanti si recasse alle urne. Nelle elezioni successive, consentì la candidatura degli indipendenti, una in ogni collegio. Il partito di Mubarak vinse ancora, e lo stesso accadde nel 1990 e nel 1995, tanto che si può dire che all’inizio degli anni Novanta l’Egitto fosse diventato uno Stato a partito unico.

Ciò ha comportato evidenti vantaggi per il regime, tra cui la maggiore capacità di ricompensare i propri sostenitori e ridurre l’opportunità che le voci dissenzienti fossero ascoltate in parlamento. Ma con il passare del tempo, ciò ha incrinato notevolmente l’immagine del partito, saturato da una pletora di opportunisti dalle finalità poco chiare e politicamente incapaci.

Diversi Stati arabi hanno seguito la stessa traiettoria egiziana: alcuni, dopo l’indipendenza, hanno conosciuto un breve periodo di elezioni competitive prima di soccombere al partito unico (Sudan, Siria e Iraq). Tunisia e Algeria, invece, hanno seguito la seconda fase della parabola egiziana, muovendo da sistemi a partito unico verso assetti leggermente più competitivi.

In generale, però, si può dire che il progresso democratico è risultato più incerto in quei Paesi dove le difficoltà seguite all’indipendenza hanno spinto i regimi a enfatizzare prima di tutto una combinazione di rapido sviluppo economico-sociale e di controllo politico. Ma una parte della responsabilità va ascritta anche ai membri delle elite politiche, che per prime hanno giustificato la loro perdita di libertà politica, rinunciando alla possibilità di partecipare a elezioni competitive per manipolare le leggi a proprio favore. Se l’Islam sia di per sé un ostacolo alla democrazia nei Paesi arabi è una questione molto complessa, ma se si guarda alla loro storia, essa rivela un’eredità vitale, che non solo mantiene viva l’idea di democrazia, ma fa presagire che nell’avvenire, in un clima locale e regionale più favorevole, i Paesi arabi saranno in grado di tornare a una vita politica più aperta.

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