Effetti Collaterali, il nuovo film di Steven Soderbergh – Recensione

Effetti collaterali (comingsoon.it)

La locandina del nuovo film di Steven Soderbergh "Effetti collaterali" (comingsoon.it)

Steven Soderbergh ha un portfolio artistico personale che da solo basta a zittire tutti i registi americani suoi coetanei: un Oscar per il thriller d’azione Traffic nel 2001, una filmografia che include 27 lungometraggi da regista, 17 da direttore della fotografia, 8 da montatore, altrettanti da sceneggiatore. Solo negli ultimi tre anni ha realizzato ben quattro lungometraggi, un documentario sulla vita dell’attore Spalding Grey, e un film sulla vita del pianista Liberace per la tv americana, in uscita negli USA a maggio. Spaziando dall’azione della serie degli Ocean’s, alla fantascienza di Solaris, alla biografia di Che – L’argentino, Soderbergh ha stupito il pubblico non solo per l’incredibile numero di opere realizzate durante la sua carriera, ma anche per la sua sconvolgente poliedricità artistica. È recente, infatti, la notizia secondo la quale sia intenzione del regista abbandonare i set per dedicarsi alla pittura, altra sua passione.

Effetti Collaterali è il suo ventisettesimo lungometraggio, in uscita nelle sale italiane mercoledì primo maggio distribuito dalla M2 Pictures, con il quale il regista di Atlanta torna al genere che gli è più caro: il thriller. La storia è quella di Emily (Rooney Mara) e Martin (Channing Tatum), una coppia giovane, ricca e amante dei piaceri della vita. I due posseggono una villa, una barca a vela e ogni lusso possibile e immaginabile. Finché, un giorno, Martin non viene incarcerato con l’accusa di “insider trading”. Emily lo aspetta per quattro lunghi anni in un angusto appartamento nel nord di Manhattan, ma il rilascio del marito si rivela tanto devastante quanto la sua incarcerazione, e la giovane sprofonda nella più cupa depressione. Dopo un tentativo di suicidio fallito, lo psichiatra Jonathan Banks (Jude Law) viene chiamato a occuparsi del caso. Per evitare il ricovero in ospedale, Emily acconsente a un regime di terapia e antidepressivi, ma i suoi sintomi non accennano a migliorare, fino a quando il dottor Banks, su suggerimento della precedente psichiatra della donna, la dottoressa Victoria Siebert (Catherine Zeta-Jones) non le prescrive un nuovo psicofarmaco, dagli agghiaccianti effetti collaterali: matrimoni distrutti, la rovina della carriera di Banks e un omicidio.

Scritto dallo sceneggiatore che aveva già prestato la sua penna al servizio del regista per la realizzazione di Contagion, Scott Z. Burns, Effetti Collaterali vede la partecipazione della giovane, sensuale e promettente Rooney Mara, che ha raggiunto la notorietà grazie a Millenium – Uomini che odiano le donne, (dopo essere stata scelta da David Fincher per il suo The Social Network), e del sempre affascinante Jude Law (anch’egli collaboratore del regista in Contagion) nei panni di un ossessivo psichiatra deciso a smascherare l’oscuro complotto in cui si trova inconsapevolmente invischiato. Non nuova nel cast di Soderbergh neanche Catherine Zeta-Jones, che aveva intepretato la giovane Helena in Traffic, qui in un ruolo quanto mai sensuale e provocante. Nuovo è, invece, il possente Channing Tatum, alle prese con un ruolo che non rientra decisamente nelle sue corde.

Effetti collaterali (stanzedicinema.files.wordpress.com)

Rooney Mara e Channing Tatum in una scena del film (stanzedicinema.files.wordpress.com)

Al di là delle scelte registiche e fotografiche, a tratti notevoli e a tratti già viste, Effetti Collaterali è, da una parte, una critica alle società farmaceutiche accusate di vendere farmaci pericolosi curandosi più dei profitti che non della salute dei pazienti, dall’altra è una storia densa di mistero e colpi di scena con ottime premesse che, suo malgrado, si perde avvinghiandosi su se stessa con il progredire degli eventi. Stavolta, Soderbergh ha davvero messo “troppa carne al fuoco”, realizzando una trama senza dubbio interessante su carta, ma che, da un punto di vista filmico, non riesce a mantenere costante ritmo e coinvolgimento, portando lo spettatore a perdersi dietro troppe domande e poche risposte che risultano non eccessivamente esaustive.

Il risultato è un turbinio di avvenimenti piuttosto complessi che non fanno bene a un film dalla durata notevole che avrebbe potuto risolversi in un modo certamente più coinvolgente e meno banale. Una “defaillance” che possiamo perdonare al regista di Atlanta, con la speranza che si prenda quella lunga pausa da lui tanto desiderata, così da ritrovare la strada che, anni fa, lo aveva portato all’Oscar.

(Foto: comingsoon.it / stanzedicinema.files.wordpress.com)

David Di Benedetti

@davidibenedetti

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