“E ora cosa succede?”. Il teatro di Brecht

Bertolt Brech

A partire dagli anni Trenta, Bertolt Brecht dà vita a quello definito e comunemente conosciuto come “teatro epico”. Con tale rivoluzione, il suo teatro segna la rottura con l’immedesimazione, con l’abbandono romantico, con il trasporto emotivo per diventare lucida capacità di analisi critica. Il teatro epico non intende insomma suscitare emozioni, né dedicarsi a indagini psicologiche o analisi introspettive; vive, invece, per produrre ragionamenti di fronte ai quali mettere lo spettatore, costringendo di fatto chi assiste alla rappresentazione a fare i conti con la realtà e a prendere decisioni politicamente e socialmente impegnate.

Per rendere evidente questo stravolgimento di valori, Brecht si affida soprattutto alla recitazione, fondata sul principio dell’effetto di straniamento. In opposizione ai processi di catarsi ed empatia, l’alienazione permette di collocare scene, personaggi e oggetti a una giusta distanza, la distanza adeguata per poterli davvero comprendere e non potersi così dispensare dall’assumere un atteggiamento critico.

Il Berliner Ensemble – da qui parte infatti Brecht regista. Memorie dal Berliner Ensemble – debutta ufficialmente il 12 novembre 1949 con Il Signor Puntila e il suo servo Matti, accolto molto positivamente.

Con il suo teatro e il suo pubblico, Brecht è davvero convinto, fatta esclusione forse per gli ultimi anni in cui inizia a subentrare una sorta di disillusione, di poter cambiare il mondo.

Il libro di Claudio Meldolesi e Laura Olivi, che nonostante gli anni resta comunque un’opera con il grande merito di far immaginare concretamente il Brecht regista, alza il sipario soprattutto sul processo di transizione da autore a regista; per lui, portare una propria opera sul palcoscenico significa in fin dei conti riscriverla un’altra volta, inquadrandola da una prospettiva che affianca il drammaturgo, e qualche volta lo subordina, all’uomo di teatro. Può così, per qualche verso, sembrare che il Brecht regista conosca solo di vista il Brecht autore, qualche volta così poco da fargli dire “l’opera l’ho scritta io, ma non la conosco, quindi la devo vedere sul palcoscenico”. Brecht è soprattutto il regista che vuole vedere l’opera crearsi sotto i propri occhi, che la studia attimo dopo attimo per seguirne lo sviluppo, per poi magari tornare indietro, sulla scia di un’intuizione, e cambiarla di nuovo. La disponibilità alla costruzione, per così dire, “in corso d’opera”, è così ampia da far dire che “Brecht non è di quei registi che ne sanno sempre di più degli attori. Di fronte al dramma assume un atteggiamento d’ignoranza e d’attesa. Si ha l’impressione che Brecht non conosca il proprio dramma, che non ne sappia nemmeno una battuta”.

Nel concreto, lavorare con Brecht è tutt’altro che facile; le interviste raccolte nel libro fatte a una trentina di attori ci presentano un ambiente di lavoro vivace e spesso conflittuale; quasi ogni persona ha tratto dall’esperienza brechtiana considerazioni e impressioni in gran parte diverse, quando non contrastanti. Brecht privilegia attori e ne perseguita altri, spesso ingiustamente; diventa incredibilmente furioso, esplodendo in violenti scoppi d’ira, con gli attori superficiali, privi di interessi, incapaci di uscire dai propri schemi mentali, salvo poi non essere in grado, per timidezza o per refrattarietà alle situazioni scomode, di dire a un’attrice che l’ha sostituita con un’altra. Gli attori risultano divisi anche su uno dei concetti fondamentali delle teorie brechtiane, l’attuazione della tecnica dello straniamento.

Berliner Ensemble

Per capire il Brecht regista – questo si evince in ultima analisi dal testo – bisogna forse accettare la molteplicità di un disegno pieno di sfaccettature, fatto di attori amati e altri poco o per niente tollerati, di grandi sfuriate e profonde timidezze, di poche ma salde sicurezze e di tante attese, l’attesa che il “come si fa” si crei nella sua mente e davanti ai suoi occhi. Brecht, soprattutto un uomo di teatro; il teatro, l’unico amore duraturo e indiscutibile della sua vita. Che la memoria di chi ha lavorato accanto a lui ripropone così, come a mostrarcelo in un qualunque giorno di prove:

“Brecht con cappello e sigaro in bocca, amava dirigere senza copione. Anche quando metteva in scena una sua opera, dava l’impressione di non conoscere il testo, ponendo continuamente agli attori e agli assistenti la domanda divenuta proverbiale: e ora cosa succede? Oppure polemizzando con l’autore – cioè con se stesso – per una didascalia carente che non chiariva la situazione”.

Marina Cabiati

Foto | via  http://catedral.weblog.com.pt; http://upload.wikimedia.org

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