È morto Norman Schwarzkopf, generalissimo della prima guerra del Golfo

Norman Schwarzkopf (foto via: Norman Schwarzkopf)

Florida – È morto a Tampa, in Florida, il generale Norman Schwarzkopf, 78 anni, eroe della guerra del Vietnam, divenuto famoso in tutto il mondo come comandante della coalizione internazionale che, nel 1991, con l’operazione Desert Storm cacciò le truppe di occupazione di Saddam Hussein dal Kuwait. Un’operazione che fu condotta in appena sei settimane, con la partecipazione di circa 540 mila soldati americani e 200 mila di altri Paesi della coalizione e per la quale si guadagnò onorificenze – oltre che la Medaglia Presidenziale della Libertà negli Stati Uniti – anche in Gran Bretagna, Francia, Belgio, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, e che gli valse il soprannome di “Stormin Norman”, con cui era conosciuto a tutti.

Al termine della carriera Schwarzkopf è stato a capo dello Us Central Command, che supervisiona tutte le operazioni militari Usa in una ventina di Paesi, dal Mediterraneo orientale fino al Pakistan e che ha il suo quartier generale a Tampa. In questa stessa città, poco dopo la fine della Guerra del Golfo, il generale aveva scelto di stabilirsi dopo il suo ritiro, in cui ha scritto anche un libro di memorie dal titolo It Doesn’t Take A Hero, divenuto presto un bestseller. Nel momento di massima notorietà, Schwarzkopf, rifiutò diverse offerte di entrare in politica, definendosi politicamente indipendente.

Il primo ad esprimere tristezza per la sua morte è stato l’ex presidente George H. W. Bush. «Barbara ed io siamo in lutto per la perdita di un vero patriota americano e uno dei grandi leader militari della sua generazione», ha affermato in un comunicato l’ex presidente, che da settimane è ricoverato in un ospedale di Houston, in Texas, per problemi respiratori. «Per me, Norman Schwarzkopf incarnava il credo “dovere, servizio, Paese” che ha difeso la nostra libertà» ha affermato ancora l’ex presidente, definendo il generale «un uomo buono» e «un vero amico».

Alberto Staiz

Foto homepage: nytimes.com

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