È in arrivo il federalismo demaniale

Votato il decreto che trasferisce alle Regioni e agli enti locali la gestione del demanio pubblico. A sostenere la riforma leghista anche il voto dell’ Italia dei Valori di Di Pietro. Astensione da parte del Pd. Un netto «no» é invece arrivato dai centristi, sia dall’Udc di Pierferdinando Casini, sia dall’Api di Francesco Rutelli

di Sabina Sestu

Umberto Bossi, primo sostenitore del federalismo

Roma – Si preannuncia una calda estate. Almeno politicamente, se non proprio meteorologicamente. Bossi è, infatti, riuscito a strappare la prima vittoria sul federalismo. Ora ci si aspetta la prossima mossa di Fini. A passare, al consiglio dei ministri, è la prima parte della riforma sul federalismo, quella che fa entrare nella gestione diretta degli enti locali e delle Regioni la maggior parte dei beni demaniali. «Oggi abbiamo approvato in Cdm il federalismo demaniale – afferma il ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta – il Paese fa finalmente il censimento sul proprio patrimonio, fa la devoluzione verso i Comuni. Il censimento è serietà, trasparenza e responsabilità».

Ma in che cosa consiste la riforma? Le Regioni avranno la responsabilità di gestire i beni del demanio marittimo e del demanio idrico, ossia spiagge, fiumi (eccetto quelli interregionali che salvo accordi restano allo Stato) e laghi. Le Province si vedranno assegnati i laghi chiusi (quelli senza emissario), le miniere e una quota dei canoni del demanio idrico proveniente dalle Regioni. I Comuni amministreranno i beni immobili non demaniali. I beni culturali e della Difesa, quelli degli organi costituzionali nonché parchi nazionali, porti, aeroporti e reti (strade, ferrovie, ecc.) di interesse rilevante resteranno allo Stato.

Il  trasferimento agli enti locali e alle Regioni, promette la Lega, avverrà senza costi. «Non c’è bisogno di un euro» ha affermato il  ministro Calderoli, poiché tra definizione dei costi e la lotta all’evasione più stringente perché basata a livello locale, le uscite non aumenteranno. Ma ogni ente si deve assumere l’impegno di valorizzarli e utilizzare i proventi per ridurre i debiti di bilancio, restituendo poi il 25% degli utili allo Stato. «Non possiamo portare i libri contabili delle Regioni in tribunale, però possiamo prevedere un deterrente molto efficace: se l’ente fallisce, si va ad elezioni – precisa Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro – nessuno dei politici responsabili del fallimento potrà ripresentarsi per un bel po’ di tempo».

Secondo Sacconi il forte indebitamento pubblico è colpa anche della Riforma Visentini. Con  la riscossione centralizzata, infatti, si possono manovrare più facilmente i capitoli di spesa per ottenere più consenso. Ora è necessario procedere nel federalismo che in primo luogo significa proprio riorganizzare le strutture di spesa. E bisogna puntare sul federalismo fiscale che è lo strumento più appropriato per responsabilizzare le Regioni. Che o si adeguano o “falliscono”.

«Il problema maggiore è stato sottrarre allo Stato il controllo del territorio e delle sponde, oggi pressoché assente. Ora si tratterà di fare le verifiche del caso sui Comuni che in questi anni di lassismo hanno lasciato costruire in prossimità delle rive – asserisce Molgora, sottosegretario al ministero dell’Economia e Finanze  - senza far pagare le dovute concessioni. Non parlo delle ville storiche, comunque tutelate, ma di proprietà private e attività economiche. Federalismo significa sviluppo e uguale trattamento per tutti. Poi vedrete non ci saranno problemi con gli accordi nell’interesse generale. E non vedo come mai la Provincia di Trento debba fare ostruzionismo».

Durissima la reazione dei Verdi che hanno votato no al provvedimento approvato dal Cdm. Il presidente Bonelli lo percepisce, infatti, come il «primo passo per una secessione patrimoniale» e guarda alla maggioranza e al governo «come alla Banda Bassotti». «Quello demaniale non va chiamato federalismo ma – commenta Bonelli – è il primo passo per una secessione dal punto di vista patrimoniale. Il federalismo demaniale viola palesemente l’articolo 119 della Costituzione e il principio di sussidiarietà,  perché il trasferimento dei beni dallo Stato agli enti locali è viziato da una logica regressiva che assegna ai territori ciò che apparteneva a tutti i cittadini. Infatti per la Commissione parlamentare, il 50 per cento del patrimonio trasferibile è concentrato al Nord, in sole tre regioni. Includendo il Lazio, si arriva al 76 per cento».

«In Parlamento non c’è più un centrosinistra, anzi, vista la conferenza stampa di Di Pietro con Calderoli non c’è più differenza con il centrodestra. Sei anni fa quando Tremonti lanciò la Patrimonio spa, Di Pietro e l’Ulivo si opposero – continua il presidente dei verdi-  Cos’è cambiato? Semmai la situazione è peggiorata. C’è un opportunismo nell’Idv: per guadagnare qualche voto al Nord svende i gioielli del patrimonio pubblico italiano. Noi abbiamo letto bene i testi della legge e del decreto legislativo e abbiamo fatto obiezioni di merito. Di Pietro, invece, ha fatto finta di non capire. Un’operazione misera di tatticismo politico di cui dovrebbe vergognarsi».

Anche l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), si dimostra preoccupata: «Non sappiamo se al trasferimento seguirà, come richiede un sano e autentico federalismo, una corrispondente eliminazione degli apparati burocratici centrali che gestivano i beni trasferiti, con la conseguente riduzione di spesa pubblica. Sappiamo solo che è previsto un taglio ai trasferimenti statali alle Regioni e agli Enti locali in proporzione con la riduzione delle entrate fiscali subite dallo Stato». Inoltre, continua l’Anci, «con la scelta di assegnare il demanio marittimo e idrico alle Regioni, sempre e comunque, ci preoccupa il fatto che i Comuni dovranno continuare a sostenere oneri e incombenze per la manutenzione di questi beni, in contrasto con l’obiettivo fondamentale del federalismo fiscale ossia far coincidere funzioni, risorse e responsabilità».

Ci si chiede chi sarà il controllore. Se le Regioni non riusciranno ad amministrare con diligenza la cosa pubblica, infatti, potranno essere costrette a dichiarare fallimento con conseguente rimozione d’ufficio dell’intera classe politica. Ma vista la poca controllabilità della classe politica nazionale, è molto probabile che i “fallimenti demaniali” rimarranno molto virtuali.

Foto: www.barca-vela.com; www.rainews24.it; www.storiedinapoli.it

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