Durban, conclusa la 17esima Conferenza delle Parti sul clima

Protocollo di Kyoto: l'accordo sul clima necessità di un sostituto 'aggiornato'

Si è conclusa a Durban la diciassettesima Conferenza delle Parti sul clima che ha visto oltre 180 Paesi del mondo negoziare le azioni da intraprendere per vincere la sfida ai cambiamenti climatici in corso.

I nodi principali del contendere erano due: trovare un sostituto al Protocollo di Kyoto, l’unico trattato internazionale per il contenimento delle emissioni di gas serra, in scadenza a fine 2012, e accordarsi su un nuovo documento idoneo a ridurre le emissioni a un livello tale da stabilizzare l’incremento di temperatura globale a +2°. Considerando che adesso siamo già a un aumento di +0,8°, appare evidente come sia fondamentale ridurre le emissioni il prima possibile.

 A Durban si è riusciti a rispondere, e faticosamente, solo al primo dei due punti: alcuni degli Stati industrializzati si sono accordati per proseguire con una seconda fase-ponte del Protocollo di Kyoto.  Entro il 2015 si dovrà arrivare a redigere un nuovo trattato, comprensivo di tutti i Paesi del mondo e con valore legale, che entrerà in vigore dal 2020. La grande novità del nuovo trattato è che sarà finalmente capace di includere Stati che non hanno ancora mai aderito a obblighi internazionali vincolanti, come gli Stati Uniti e la Cina.

 Proprio la Cina è stata una delle nazioni che più ha contribuito a questo risultato, grazie alla svolta storica dei negoziatori avvenuta nella seconda settimana del summit, con l’annuncio del ministro cinese Xie Zhenhua di aprirsi per la prima volta alla possibilità di firmare un accordo vincolante sul clima: «Ma solo a condizione che sia rispettata il principio della responsabilità comune ma differenziata». Non ci stanno i cinesi all’accusa di essere i maggiori inquinatori, perchè la responsabilità delle emissioni di anidride carbonica, metano e altri gas serra accumulati in atmosfera è soprattutto da imputare ai Paesi occidentali. «Siamo usciti dal “cono d’ombra” di Copenaghen – ha commentato il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini su Twittter – L’accordo supera i limiti del Protocollo di Kyoto e ha una dimensione globale».

Ma i giochi in realtà sono stati fatti dall’Europa e dalla sua rappresentante Connie Hedegaard, commissario europeo al clima: i negoziatori europei hanno strategicamente stretto un’alleanza con le coalizioni AOSIS (Alliance Of Small Islands) e i LDC (Least Developed Countries), per poi allargare il fronte a Brasile e altri Paesi emergenti. Con l’apertura cinese e alcune limature sul testo negoziale, gli Stati Uniti di Obama non hanno potuto che aderire al nuovo trattato. Connie Hedegaard, la star dei negoziati, ha commenta: «Ce l’abbiamo fatta, la strategia europea ha funzionato. Abbiamo una roadmap che è un passo avanti importante sul piano internazionale per la lotta ai cambiamenti climatici».

Mariagrazia Midulla

Anche Legambiente esprime soddisfazione, definendo Durban «Un passo importante dovuto soprattutto alla coalizione dei volenterosi promossa dall’Europa». Il WWF è invece più critico verso i risultati del summit: «Sfortunatamente i Governi a Durban hanno speso le due cruciali giornate finali dei negoziati a discutere su una manciata di parole specifiche nei testi negoziali, invece di impegnare la loro capacità politica per stabilire azioni concrete maggiori per affrontare il cambiamento climatico. I Governi hanno fatto il minimo indispensabile per portare avanti i negoziati, ma il loro compito è proteggere la loro gente». Ha aggiunto Mariagrazia Midulla, responsabile clima ed energia per il WWF Italia: «E in questo, qui a Durban, hanno fallito. La scienza ci dice che dobbiamo agire subito, perché gli eventi meteorologici estremi, la siccità e le ondate di caldo causate dal cambiamento climatico peggioreranno».

 In effetti a Durban si sono avuti passi avanti sul lato diplomatico e di dichiarazioni di intenti, ma nessuna novità riguardanti le azioni concrete che saranno oggetto del nuovo trattato. Questo elemento era stato sottolineato anche dalla delegazione indiana, che nelle ore conclusive dei negoziati aveva rischiato di far naufragare l’accordo. Poi l’allarme è rientrato, ma la questione principale è rimasta: l’accordo di Durban è solo una roadmap, i cui contenuti dovranno ancora essere costruiti, con una tempistica che prevede che tali contenuti saranno previsti entro il 2015.

Se i Paesi manterranno i loro propositi e riusciranno a intraprendere le azioni di riduzione delle emissioni di gas serra promesse, allora la conferenza di Durban sarà considerata la pietra miliare del cambiamento; se nei prossimi anni le negoziazioni sul clima invece proseguiranno solo sui princìpi e non sui risultati, allora questo summit sarà considerato il primo passo di un vicolo cieco. Per arrestare il surriscaldamento del Pianeta ed evitare conseguenze disastrose, sarà necessario che il livello di ambizione degli Stati salga. Perciò, mentre la lotta per il clima sicuramente non ha trovato una risposta definitiva a Durban, una valutazione finale di queste negoziazioni sarà possibile solo tra qualche anno in chiave storica. Quel che è certo è che le emissioni di gas serra hanno segnato quest’anno un nuovo massimo storico e che l’orologio climatico continua a correre.

 Veronica Caciagli*

*L’autrice è blogger specialista in temi ambientali, collaboratrice di greenews.info e tra i responsabili del progetto Italian Climate Network. La ringraziamo per l’approfondimento che ha voluto scrivere per WakeUpNews

Foto direttanews.it, wicked.it; ecozoom.tv

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