Duemila scienziati firmano l’appello: barriere coralline in pericolo

SIDNEY- Prende il via a Cairns, nel nordest dell’Australia, proprio davanti alla Grande Barriera Corallina, il dodicesimo International Coral Reef Symposium, che chiama all’appello oltre 2000 scienziati marini di circa 80 paesi per discutere lo stato di salute delle barriere coralline del mondo.

Alla luce della situazione globale i partecipanti, per la prima volta riuniti in Australia, hanno diffuso  oggi stesso una dichiarazione di consenso, firmata da oltre 2500 scienziati, per chiedere un intervento immediato sul cambiamento climatico e salvare ciò che resta del patrimonio naturale legato all’ecosistema corallino.

«La comunità internazionale della scienza sulle barriere coralline si appella ai governi perché assicurino il futuro delle barriere coralline, attraverso un’azione globale per ridurre le emissioni di anidride carbonica e di altri gas serra, e attraverso una migliore protezione locale delle barriere coralline»: si rendono necessarie misure  per prevenire l’aumento della temperatura dei mari, il fenomeno di acidificazione degli oceani, la pesca eccessiva e l’inquinamento proveniente dalla terra ferma.

Terry Hughes, professore presso il  Centro australiano per l’eccellenza negli studi sulle barriere coralline, nonchè moderatore dell’incontro, ha ricordato che la Grande Barriera Corallina è un esempio lampante di ecosistema bisognoso di protezione.

Nei mesi scorsi era stato dato l’allarme per  l’apertura di un nuovo sito di estrazione del carbone proprio nel Queensland centrale: una volta che il sito di Abbott Point entrerà in piena attività, il numero di navi che vi transiterà passerà dalle attuali 1.700 a una previsione di 10.000. Tutto a spese della Grande Barriera, che proprio l’ Unesco, dopo una recente ispezione, si prepara a classificare come patrimonio dell’umanità “in pericolo”, se non sarà fermato lo sviluppo di porti e infrastrutture associate. Stando alle parole di Fanny Douvere del Programma Marino dell’Unesco, «la Grande Barriera Corallina è sicuramente ad un bivio e le decisioni che saranno prese nei prossimi uno, due o tre anni potrebbero essere potenzialmente cruciali per la conservazione a lungo termine dell’area». Oltre al lato naturalistico, non bisogna in questi casi trascurare l’impatto delle politiche di sviluppo sull’economia locale, storicamente legata alle ricchezze naturalistiche e al turismo.

All’appello, il Ministro dell’ambiente australiano Tony Burke ha recentemente risposto lanciando un’idea  innovativa: creare una grande rete di parchi marini, la più grande al mondo. Essa

dovrebbe circondare l’intero continente, coprendo 3,1 milioni di km, un terzo delle acque territoriali australiane: «È ora che il mondo volti pagina nella protezione dei nostri oceani» ha dichiarato Burke, «e oggi è l’Australia a guidare in quel prossimo passo».

Il  piano prevede la creazione di una rete di cinque zone principali al largo di ogni stato e territorio della federazione, dove verrà limitata l’esplorazione di petrolio e gas, rafforzando la protezione delle barriere coralline, riducendo infine il prelievo ittico esercitato dalla pesca commerciale. A questo proposito il Governo australiano avrebbe già previsto, per  questa industria, centinaia di milioni di dollari di risarcimenti.

Non totalmente soddisfatte le richieste degli ambientalisti: «Alcune delle aree bisognose di protezione restano aperte agli interessi petroliferi e commerciali» il commento del portavoce dell’Australian Conservation Foundation, «ma nell’insieme crediamo sia un importante successo in termini di protezione degli oceani».

Ancora molte incertezze dunque, ma i segnali lasciano intendere la partecipazione dello Stato australiano alla salvaguardia di una meravigliosa ricchezza, che non appartiene solo al  Commonwealth, ma all’intero pianeta. Un esempio da seguire.

Arianna Fraccon

 

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