Due ore scarse di rock ieri sera con i riuniti Soundgarden

I Soundgarden all'inizio degli anni '90

I Soundgarden sono una delle band storiche della scena di Seattle comunemente definita con il termine grunge. Nati negli anni ’80 ma arrivati al successo planetario nei primi anni ’90, i Soundgarden hanno fatto scuola e creato decine di band cloni, grazie al carisma e alla voce incredibile del frontman Chris Cornell e ad una musica pesante e cupa, che va a pescare dagli anni ’70 (Sabbath su tutti) attualizzandola e modernizzandola fino a creare un sound unico.

Sciolti nel 1997, si sono riformati all’inizio del 2010, dopo che Cornell ha pubblicato alcuni fortunati (ma non eccezionali) album da solista. In questi due anni e mezzo la band ha pubblicato una raccolta di vecchi successi, un live, e ha scritto il materiale per il prossimo album che uscirà (come confermato ieri dallo stesso Cornell) in ottobre. Il lungo tour che li ha visti girare il mondo ha toccato ieri sera anche l’Italia, per un concerto unico: la band mancava dall’Italia da una quindicina d’anni.

La fiera di Rho, alla periferia nord di Milano è un ambiente logisticamente perfetto per organizzare dei concerti: un grosso polo fieristico vicino alla ferrovia, collegato con la metropolitana e l’autostrada, comodo da raggiungere e lontano da centri abitati. Tuttavia, il piazzale antistante al palco è una semplice colata di asfalto, facilmente surriscaldabile, soprattutto in queste giornate di giugno nelle quali il sole comincia a scottare. E l’acustica non è certamente delle migliori.

Il concerto viene aperto dai Triggerfinger con un breve set di una mezz’ora. Siamo a metà pomeriggio e la gente ancora scarseggia. La band successiva, The Gaslight Anthem, quartetto punk rock statunitense, comincia a scaldare l’ambiente, prima dell’entrata in scena degli Afghan Whigs, per la verità un po’ spenti e mosci, fautori di un buon rock che mescola tante influenze (The Cure, Placebo, Manic Street Preachers) senza aver però una forte personalità. Agli energici Refused il compito di aprire il concerto dei Soundgarden. La band hardcore svedese intrattiene il pubblico con energia e potenza, grazie anche allo scatenato frontman Dennis Lyxzén.

Il sole cala e le 21.30 arrivano rapidamente: i Soundgarden salgono sul palco in perfetto orario attaccando con Searching With My Good Eye Closed, prima del classicone Spoonman, che scalda subito il pubblico. La band sembra in forma, la voce di Cornell sta bene e Matt Cameron mena colpi con precisione e potenza. Kim Thayil non è mai stato un fenomeno con la chitarra, ma è bravo nel lavoro ritmico, grande peculiarità della band di Seattle, ben coadiuvato da un rotondo Ben Sheperd che sta disparte ma si fa sentire. La band è però in generale fredda e molto statica sul palco.

Si prosegue con una serie di estratti dai primi lavori della band: Gun, Hunted Down, Loud Love e Ugly Truth, intervallate dalla nuova Live to Rise, brano discreto ma non eccezionale che i Soundgarden hanno scritto per la colonna sonora del film The Avengers.

Chris Cornell ieri sera a Milano (Photo by Paolo Bianco)

Si apre quindi un filotto di assoluti classici: Fell on Black Days, Blow up The Outside World, My Wave, The Day I Tried to Live. La band si è finalmente scaldata, il sudore comincia a scorrere, anche se l’attitudine fredda e distaccata continua a permanere. Una massiccia Outshine precede una buona (ma non eccellente) Rusty Cage prima di Burden in My Hand, dove Cornell soffre un po’.

Superunknown precede Black Hole Sun, il brano più famoso della band di Seattle: suonato in una tonalità chiaramente più bassa dell’originale, questa versione di Black Hole Sun non fa impazzire, con un Cornell in difficoltà per la seconda volta e il basso di Ben Sheperd troppo alto. Segue 4th of July. La band se ne va salutando velocemente e il pubblico non si muove di un centimetro, perché il ritorno sul palco dei quattro appare scontato.

Come da programma infatti i Soundgarden concludono con una incendiaria versione di Jesus Christ Pose e una lunga e massiccia Slaves & Bulldozers: Cornell sfodera due prestazioni vocali degne della sua fama, pareggiando i conti con i due mezzi flop già citati e concludendo la serata con una sufficienza abbondante.

Colpisce però la freddezza della band: sul finale fatto di feedback e fischi di chitarra, i componenti della band abbandonano uno alla volta. Per primo Ben Sheperd, che se ne va senza nemmeno salutare il pubblico, seguito da Matt Cameron e poco dopo da Cornell che salutano con discreto ma non particolare entusiasmo. Rimane da solo sul palco Kim Thayil, che dopo essersi divertito a far gridare la sua chitarra con bending ed effetti Larsen, se ne va come niente fosse, salutando con un breve gesto, quasi dimenticandosi di essere ancora sul palco.

Nulla da dire sulla prestazione onesta e professionale della band, soprattutto di un Matt Cameron che alla batteria mena colpi precisi e potenti. Lascia perplessi però l’attitudine poco entusiasta della band: freddina con il pubblico e assolutamente glaciale tra di loro. Nemmeno uno sguardo di sfuggita tra i quattro membri della band, che sono sempre rimasti a debita distanza l’uno dall’altro per tutta la durata del concerto e che al termine dello show sono scomparsi uno alla volta senza nemmeno l’inchino di gruppo, quasi rituale, di fine concerto. L’impressione è che la reunion dei Soundgarden sia stata una questione esclusivamente di soldi: il fatto che a 2 anni e mezzo dall’ufficializzazione della stessa non abbiano ancora pubblicato un nuovo album di inediti ne è forse la dimostrazione.

Alcuni problemi di acustica e di volumi hanno inoltre intaccato alcune canzoni. Alle volte la chitarra di Cornell copriva quella di Thayil, altre volte il pubblico copriva la voce dello stesso Cornell, mentre il lunatico basso di Sheperd faceva il dittatore in alcune canzoni, per poi nascondersi timidamente in altre.

Infine una grande pecca è stata la durata. 70 euro il costo del biglietto per una band storica del rock che da 15 anni non suonava in Italia: in cambio solo 19 brani, per 1 ora e 45 minuti di musica. Sinceramente un costo così elevato dovrebbe implicare una prestazione decisamente più lunga e coinvolgente della band headliner, magari supportata da un nome di maggior spicco (con tutto rispetto per i Refused).

Un buon concerto che però, sinceramente e a malincuore, non è valso i (troppi) soldi spesi.

Alberto Staiz

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