Due libri al mese…seguendo le regioni!

Non restano ormai che due appuntamenti e quattro regioni alla fine del nostro spazio letterario. A novembre proponiamo le Marche e la Valle d’Aosta e a rappresentarle da una parte uno dei finalisti all’ultimo Premio Strega, Gilberto Severini, e dall’altra addirittura una coppia di autori entrambi autoctoni, Daniele Gorret e Enrico Martinet.

Partiamo appunto da questi ultimi, che con Aosta città necessaria propongono un testo che non potrebbe essere più ancorato nella specificità della regione e che conferma il valore non raramente autoreferenziale della letteratura valdostana, che riflette spesso e volentieri sulle proprie specificità geografiche, linguistiche, politiche e culturali.

In copertina La cité des promesses di Alberto Savinio, che ha raccontato Aosta in diversi articoli per “Il Corriere della Sera”, e che già nel 1948 la definiva “città necessaria” e “città-madre che sta nel mezzo”; qui il capoluogo viene ritratto attraverso due direttrici profondamente differenti che mirano a spiegarne questo carattere di “necessarietà” e a mostrare il punto di incontro tra sovrapposizioni, stratificazioni e linee di direzione diversa.

Daniele Gorret nel suo saggio propone uno sguardo senza dubbio più razionale, più “socio-antropologico”, un viaggio che somiglia a un reportage fotografico e che indaga il carattere della città in modo diretto, oggettivo, con un’interpretazione dei fatti già fornita al lettore. Ne emerge lo spaccato di una realtà per così dire sospesa, che si trova ancora a fare i conti con le tre “mutazioni genetiche “ della sua storia – urbanistica, economico-sociale e geopolitica – e che oggi vive un periodo di crisi, una “maledizione che le impedisce di coordinare passato presente e futuro in un seguito dotato di senso”.

Più “visionario-letteraria” la seconda parte, quella scritta da Andrea Martinet, dove l’immagine assume toni e contorni più sfumati e sa di una foto un po’ sbiadita, una di quelle “con i bordi bianchi seghettati”; al lettore arriva un racconto che ha sì un po’ del nostalgico, un nostalgico però mai cieco, che sa essere disincantato ma non disilluso e che sembra invitare comunque a guardare di nuovo “in alto”.

Difficile non cedere alla tentazione di interpretare questo libro anche in senso più generale, cogliendo una metafora sul nostro stesso tempo, su una forte e diffusa crisi d’identità e sul futuro quanto mai incerto che la contemporaneità sembra poter offrire.

“Come un’eco proveniente da un altrove”, questo libro non parla soltanto della città di Aosta, bensì di luoghi – geografici e ideali – colti non solo per quello che sono, ma anche e soprattutto per quello che potrebbero o avrebbero potuto essere, restituendo infine un quadro che solleva dubbi più che esprimere certezze.

Romanzo vero e proprio invece quello di Gilberto Severini, che è riuscito a portare l’editrice Playground tra i dodici finalisti del Premio Strega 2011.

La trama è essenziale, gli avvenimenti che contano sono quelli dentro il protagonista più che quelli fuori. Fuori c’è un ospedale dove l’uomo si trova in attesa di essere sottoposto a un esame, preliminare a un delicato intervento chirurgico che deve subire.

In questo momento della sua esistenza – che non casualmente coincide con la vigilia del nuovo millennio – decide di non ricevere alcuna visita ma di approfittare del tempo a sua disposizione per prendere appunti per un libro che un giorno forse riuscirà a mettere insieme e per scrivere tre lettere: a un collega d’ufficio, a un sacerdote e a un misterioso personaggio la cui identità non viene svelata e che potrebbe in definitiva essere l’alter ego del protagonista.

Così l’uomo – un uomo comune, un uomo senza qualità l’avrebbe definito Musil, un “generico della vita” lo definisce Severini – racconta svolte ed eventi fondamentali della propria esistenza ma anche dell’intero Paese, che si specchia nell’immagine di ideali traditi e rivoluzioni mancate, di contestazioni e odi, di desideri fuggiti, di vittorie e sconfitte, di amori infelici subiti e suscitati. Fino alla domanda finale:  ”Ho trascurato davvero la parte migliore della vita?”

Al ragazzo che diceva “troppe parole d’aria e poche di terra, che descriveva di un paesaggio solo il vento, che sapeva capire i libri ma non i sentimenti della persone, spesso nemmeno i propri”, il protagonista adulto pone la domanda più amara, quella del rimpianto, delle passioni soltanto sfiorate  a cui è mancato il coraggio per essere vissute, delle occasioni perse illudendosi che fossero  infinite.

A cosa servono gli amori infelici. A niente verrebbe da rispondere,  a niente vorremo rispondere. Il libro di Gilberto Severini invece ci dice che servono ad avere il coraggio di vivere, di essere dentro le cose, a capire il senso profondo dell’irrazionalità, del correre sotto la pioggia soltanto per vedere, toccare, baciare qualcuno.

Domanda tremenda come tutte quelle per le quali potrebbe non esserci risposta, all’uomo in ospedale resta ora solo il desiderio dell’attesa, la speranza di avere una seconda chance, “perché questa volta si vuole partecipare, anche senza sapere ancora a cosa”.

Ci leggiamo a dicembre per l’ultimo appuntamento di Due libri al mese…seguendo le regioni!

Marina Cabiati

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