Due libri al mese…seguendo le regioni!

Siamo così giunti anche all’incontro di ottobre e alla nostra rubrica Due libri al mese…seguendo le regioni non restano ormai che tre appuntamenti. Nel terzultimo vi proponiamo Fontamara di Ignazio Silone per l’Abruzzo e Tuttalpiù muoio dello scrittore e attore Filippo Timi per la regione dell’Umbria.

Ormai avrete avuto modo di abituarvi: anche questa volta la coppia si basa soprattutto su differenze e distanze, oggi - più che geografiche – di contenuto e di epoche raccontate.

Partiamo da Fontamara. La storia di Silone è tutt’altro che una storia; è il ritratto crudo e spietato di un paesino della Marsica – il nome inventato, Fontamara, dice già tutto – e della lotta tra “cafoni” e “cittadini”, tra il tempo immutabile della campagna e i rapidi cambiamenti delle città, discrepanze tanto profonde da evincersi già dal linguaggio.

Nel 1932, l’anno in cui si svolgono le vicende raccontate, il contrasto è sentito con particolare intensità; sullo sfondo c’è sì il Fascismo, che contribuisce alla disumanizzazione della situazione contadina – e dal suo esilio Silone mira a svelare all’opinione pubblica estera retorica e ipocrisia del regime – ma che nella sua colpevolezza si salda in una drammatica continuità ai governi successivi all’unificazione che non hanno fatto che avallare la forzata annessione sabauda.

Di qualsiasi governo si tratti, a farne le spese sono comunque sempre i disagiati; la situazione non suona nuova qualsiasi epoca storica si consideri e – cosa più bruciante – suona particolarmente attuale nella nostra.

A Fontamara i “cafoni” non posseggono nulla, lavorano per una miseria sulle terre dei latifondisti solo per saldare i debiti dell’anno precedente, vengono continuamente raggirati, come nel caso della truffa dell’acqua che sottrae al paese gran parte del corso del proprio fiume. Alla povertà non possono infatti che collegarsi strettamente ignoranza,vulnerabilità agli imbrogli e ai soprusi e dipendenza dai notabili per qualsiasi contatto con la città.

Fontamara è il luogo dove chi conosce una sola parola in più ha vinto e i “cafoni” non ne conoscono praticamente nessuna, di certo nessuna che permetta loro di essere parte di un qualsiasi processo di sviluppo o di benessere. Il gioco dell’imbroglio e dello sfruttamento più meschino, la legge cittadina, lo spettro dello stato, infine il diritto alla parola, sono traguardi irraggiungibili, luoghi dell’incomprensibile e dell’inaccessibile.

Berardo Viola è l’eroe, dai tratti antieroici, di questo romanzo, il primo che deve necessariamente – il tentativo appare a un certo punto inevitabile – provare a spezzare qualcosa in questo cortocircuito legalizzato.

Pubblicato nel 1933 dal suo esilio a Zurigo, con Fontamara Ignazio Silone prosegue in letteratura quell’impegno morale, civile e politico che aveva ormai abbandonato in politica, uscendo dal Partito Comunista Italiano.

Molto diversa la battaglia di Tuttalpiù muoio, in cui Filippo Timi – che scrive però a quattro mani con Edoardo Albinati - racconta una vita vissuta, dai tratti quasi totalmente autobiografici.

Attraverso il personaggio di Filo si sentono sotto la pelle gli strappi e i ritmi dell’esistenza, dettati dalla fame di amare e possedere, dalle vicende – strampalate o amare – che ci capitano, dalle situazioni di partenza che possono anche capovolgersi in quelle di arrivo.

La “fiaba nerissima” di Timi va dalla nascita fino alla maturità, districandosi tra gli ambienti quotidiani, fino al matrimonio che chiude tutto il racconto; matrimonio che può sembrare paradossale considerata l’omosessualità del personaggio, che trova larga parte in quelle pagine dedicate “ai sotterfugi, ai traumi, alle contorsioni fisiche e mentali, a cui le sue naturali inclinazioni sessuali sottopongono Filo, ma anche alla sua inesauribile e commovente capacità di amare.”

Proprio nella capacità di amare e nel bisogno di essere amato sembra risiedere la vera forza del protagonista, che diventa infine un importante attore teatrale nonostante tutti gli impedimenti e le menomazioni fisiche che gli complicano il cammino: Filo è infatti balbuziente, mezzo cieco, grasso e sottoposto a periodici attacchi epilettici.

Il libro resta romanzo grazie al taglio narrativo e alla commistione linguistica, nonostante Timi metta appunto sulla carta se stesso, con quella verità e quell’onestà verso il pubblico che contraddistinguono anche il suo lavoro di attore.

Lontano – quanto più lontano possibile – da ogni buonismo e ipocrisia, in questa storia straordinaria, che è poi la sua, Filippo Timi ritrae in modo sferzante difficoltà e schiaffi dell’esistenza, ma testimonia anche la possibilità del riscatto, dell’ascesa, della potenzialità nascoste e raggiungibili di una vita vissuta senza risparmiarsi.

Insomma – differenze e distanze a parte – un appuntamento di lotte questo, contro qualcuno/qualcosa e per se stessi. Che ci sia un filo sottile – ancora inesplorato – che da Silone ci conduce a Timi per portarci fino agli indignados?

Arrivederci a novembre!

Marina Cabiati

 

 

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