Due libri al mese…seguendo le regioni!

Due classici per il mese di luglio. Per il quinto appuntamento della rubrica Due libri al mese…seguendo le regioni suggeriamo infatti Libera nos a Malo di Luigi Meneghello e L’esclusa di Luigi Pirandello.

Veneto e Sicilia, i due libri hanno il comune denominatore della tipicità, della rappresentazione locale – con il pregio però di poter essere interpretata come universale – e dell’impronta del colore suggestivo e particolare. Tutti tratti che rifuggono quella globalizzazione spaziale a cui ci hanno abituato i romanzi contemporanei, dove – se l’ambientazione non viene esplicitata – intuirla è spesso quasi impossibile.

Giulio Lepschy ha raccontato il libro di Meneghello come «la presentazione della vita e della cultura di Malo, un paese della provincia vicentina, negli anni Venti e Trenta, ricreata, con un misto di nostalgia affettuosa, di distacco ironico e di rigorosa intelligenza, dall’autore ormai adulto». È sicuramente una buona definizione iniziale per l’opera più significativa di questo scrittore, pubblicata nel 1963 e letta oggi come crocevia di diversi generi letterari che fondono tra loro la rivisitazione autobiografica filtrata dai ricordi di infanzia e giovinezza e il ritratto – qui sociologico, là linguistico – di una provincia, quella vicentina, che però somiglia ad altre dell’Italia di quegli anni e dei decenni successivi.

Nonostante la dicitura “romanzo” posta dall’autore come sottotitolo, Libera nos a Malo non segue in realtà un vero e proprio sviluppo narrativo logicamente ordinato, ma procede piuttosto per associazioni di idee intente alla ricerca del “tempo perduto”, ricostruito però senza alcuna pretesa psicologica, ma rievocato semplicemente attraverso immagini, luoghi, costumi e figure tipiche di quella vita sociale.

La forma non può quindi che essere adeguata al contenuto, sfuggendo a qualsiasi classificazione e miscelando tra loro italiano, dialetto, persino inglese, in un linguaggio finale quasi “impastato”, ricco di parole desuete e neologismi. “Un gioco sul pentagramma dialettale”, l’ha definito Francesco Guccini.

Libro scritto negli anni del boom economico, racconta gli anni Venti e Trenta, contrassegnati dalla retorica del fascismo, ma narrati anche attraverso la storia “piccola” della famiglia Meneghello, del mondo scolastico, delle amicizie e dei primi turbamenti sessuali, del rigore spicciolo nei confronti di una religione da seguire in modo più conforme alla Chiesa che agli insegnamenti evangelici. La differenza tra il “prima” e il “dopo” è enorme; il mondo conosciuto dal bambino e raccontato dall’adulto è ormai definitivamente scomparso e porta in sé una riflessione sulla felicità, su cosa si sia perso e cosa guadagnato in questo passaggio, senza però cedere al facile retrospettismo o a un pietismo di maniera.

È una nostalgia quella di Meneghello che indugia affettuosamente anche nei difetti del passato, con il distacco ironico, lo spirito d’osservazione e l’intelligenza che intessono questo libro, con al centro in definitiva il passaggio dalla tradizione contadina, immutata nel tempo, alla modernità, in continua evoluzione.

Luigi Pirandello lavorò per molto tempo a L’esclusa, traendone anche un’opera teatrale L’uomo, la bestia e la virtù. Il romanzo, pubblicato prima a puntate sulla rivista “La Tribuna” e poi apparso in volume nel 1908, risente indubbiamente di un impianto naturalistico; anche lo sfondo è riconducibile alla letteratura verista, con le sue dinamiche sociali ben descritte e l’influenza dell’ambiente sui comportamenti umani, che spesso finiscono con il passare da un polo positivo non riconosciuto dalla società a uno negativo invece più facilmente e paradossalmente assorbito.

L’intreccio è semplice. Rocco Pentàgora sposa Marta Ajala, scoprendo però poco dopo uno scambio epistolare – più intellettuale e filosoficheggiante che sentimentale – di questa con l’avvocato Gregorio Alvignani. Deducendo che la moglie lo tradisca, la ripudia e Marta è costretta a ritornare nella casa paterna, tra la vergogna non solo della gente ma anche dei suoi familiari. Il più disperato e martoriato dalla vicenda è il padre della ragazza, che vive ormai rinchiuso in una stanza rifiutando di vedere la figlia, fino a morire nello stesso giorno in cui Marta partorisce un neonato senza vita.

La situazione per Marta, la madre e la sorella si fa sempre più difficile: all’ostracismo e all’ostilità palese della gente si aggiungono le difficoltà economiche lasciate dal padre.

Marta si dà allora alla reazione solitaria e, alla ricerca di un riscatto per sé e per la sua famiglia, consegue il diploma di maestra. Una donna “perduta” però non può educare delle bambine e al culmine di questa guerra che l’intero paese le muove contro, le viene sottratto il posto di lavoro vinto con merito e assegnato invece a un’altra candidata.

Marta ottiene infine un incarico da insegnante solo lontano dal suo paese, a Palermo, dove può mantenere tutta la famiglia e vivere un’esistenza lontana dai giudizi e dalle cattiverie. Qui la ragazza, che continua però a sentirsi infelice e frustrata per l’esistenza che le tocca vivere, incontra nuovamente l’avvocato Alvignani, a sua volta stressato e annoiato dalla sua vita di parlamentare. Marta finisce col cedere all’uomo, pur senza esserne innamorata e neppur molto convinta.

Proprio ora il marito Rocco, indebolito dal tifo, vorrebbe chiedere perdono alla moglie e riaverla con sé. Marta però è incinta di Alvignani, che ora teme a sua volta di perdere reputazione e posizione politica e sociale.

Marito e moglie si ritrovano insieme al capezzale della madre morente di Rocco, donna quest’ultima che aveva subito la stessa amara sorte della nuora. Marta confessa infine di aver sì questa volta avuto una relazione con l’Alvignani e di esserne incinta, ma nonostante questo il marito è ora disposto a riprenderla con sé.

Ripudiata quindi nel momento dell’innocenza e riaccolta nel momento invece della colpa dell’adulterio, questa volta effettivamente consumato, la vicenda si legge attraverso questo paradosso, che Pirandello usa come pretesto per sfiorare il tragico “mantenendo gli occhi asciutti dell’umorista”. La storia appare quindi un inganno, riconducendo il lettore al punto di partenza, come se nulla fosse successo.

Il conflitto che Pirandello lascia al lettore è qui soprattutto quello tra sostanza e apparenza, tra verità e menzogna, tra innocenza e colpa, nel viluppo di una vita che si lascia governare e soffocare dalle norme morali che la regolano.

“Quando parliamo noi? Quando riflettiamo? Solamente quando vi siamo costretti da cause avverse; mentre poi in quelle che ci danno diletto il nostro spirito riposa e tace. Pare così che il mondo sia soltanto pieno di mali.” (Luigi Pirandello).

Marina Cabiati

 

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