Due libri al mese…seguendo le regioni!

Si è detto, nel primo appuntamento, che l’unica regola di questa rubrica sta nell’appartenenza regionale, un autore e un libro per ogni regione italiana. Si è osservato tale principio anche e ancor di più nel secondo “incontro letterario”, che vede due libri oggettivamente distanti tra loro. Non solo per un discorso geografico – Friuli Venezia Giulia e Sardegna – ma anche a livello di epoche, temi e peso letterario. Queste due proposte però declinano entrambe, in modo diverso, due attimi di modernità e contemporaneità.

 

Il primo libro è il capolavoro di Italo Svevo, “La coscienza di Zeno”, senza dubbio un classico della letteratura italiana. Protagonista Zeno Cosini, che “si crede un malato eccezionale di una malattia a percorso lungo” e che redige questo diario – il libro, appunto, che il lettore ha tra le mani – per assolvere al compito affidatogli dal suo psicanalista, verso il quale a dire il vero nutre poca fiducia e anche un certo risentimento. La struttura si sviluppa così attorno a nodi fondamentali della sua esistenza, quali il vizio del fumo, la morte del padre, il matrimonio e l’amante, un’impresa commerciale. Il paziente, o presunto tale, racconta così del gesto del padre che, sul letto di morte, lo colpisce con la mano e sul cui significato si tormenterà per tutta la vita; della donna che ha sposato pur preferendo in realtà la sorella; dell’amico e socio Guido, al cui funerale manca per un errore – sbaglia infatti corteo funebre – con un lapsus a cui Freud avrebbe attribuito ben altro significato.

 

Scritto all’indomani della prima guerra mondiale e pubblicato nel 1923, “La coscienza di Zeno” segna infatti l’ingresso della psicanalisi nella letteratura. Storia della snervante lotta ingaggiata da Zeno con la sua coscienza, che racconta la sua vita forse non come realmente è ma come intende farla sapere; il che significa selezionare, tagliare, aggiungere, a volte mistificare, altre distorcere, altre ancora istillare il dubbio di una narrazione bugiarda. Il raccontare, inoltre, mette sistematicamente a nudo la discrepanza tra comportamenti e intenzioni del protagonista.

 

 

Il romanzo si realizza così tramite questo gioco di specchi tra tutti coloro che concorrono a crearlo. L’autore reale, Ettore Schmitz – alias Italo Svevo – , Zeno che scrive per il suo psicanalista e quest’ultimo che fa un premessa al diario, pubblicandolo “per vendetta” nei confronti del paziente sottrattosi alla sua cura. Tale premessa potrebbe quindi inficiare fin dall’inizio valore e veridicità di quanto segue.

La psicanalisi però, che è pretesto per la narrazione, non fornisce in definitiva alcuna cura al malato, che finisce comunque, tramite gli eventi della vita e della storia, con l’acquisire una propria consapevolezza, per quanto personale. La sensazione finale è quella che in Zeno Cosini si condensi il destino che coinvolge tutta l’umanità, chiamata a fare i conti con malattie vere o presunte, ricerche di identità inafferrabili, insuccessi, tanti vizi e poche virtù. Se infine il protagonista si salva, non è certo grazie alla psicanalisi, ma attraverso un lavoro di scrittura catartico, che assolve, in modo maggiore e migliore, ai compiti della psicoterapia.

 

La vera malattia che affligge Zeno Cosini è la “malattia di vivere”, rappresentata in modo magistrale da Italo Svevo, che dà vita a uno dei personaggi più originali di tutta la letteratura italiana; inetto per definizione, bugiardo all’occorrenza, colpito da psico-patologie di ogni tipo che celano spesso vizi, virtù, colpe e sensi di colpa. Il tutto con atteggiamento nichilista, continuamente proiettato in visioni altre della realtà, che lo rendono in un attimo il contrario di quello che era stato un istante prima.

Tuttavia, man mano che il libro procede, il rapporto tra l’essere sano e malato si ribalta. Zeno si considera malato e proprio tale sua condizione di anormalità lo porta a essere più mobile, disposto al cambiamento e a sperimentare “nuove forme di esistenza”; gli altri, i sani, rimangono invece cristallizzati nella convinzione di essere già al proprio posto e di non aver bisogno di alcun sviluppo. L’inettitudine diviene così infine condizione privilegiata e la sanità la strada per un difetto, l’immutabilità.


Il secondo libro di questo appuntamento, “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia, ci porta dalle angosce della modernità che iniziano a essere indagate dalla psicanalisi, a quelle di una contemporaneità che più contemporanea non si potrebbe.

 

Primo romanzo dell’autrice sarda, l’idea è partita da un blog, iniziato dall’autrice nel momento in cui si è ritrovata a lavorare nel call center di una grande multinazionale americana, la Kirby. Si tratta quindi, a differenza di molto di quello che si scrive sul precariato, di un racconto dall’interno, vissuto in prima persona, e che potrebbe valere per molti altri luoghi di lavoro simili.

 

Laureata in teologia, Michela Mugia, che veste qui i panni di Camilla, si ritrova così catapultata, insieme ad altri cento precari un po’ di ogni specie, dentro l’inferno del telemarketing. L’obiettivo di questi forzati del telefono è quello di piazzare a casalinghe e pensionati il “mostro”, un aspirapolvere prodotto dalla multinazionale all’accessibile prezzo di tremila euro e addirittura “brevettato dalla NASA”. Con piglio ironico e spirito critico pungente, Murgias descrive trenta giorni vissuti tra tecniche di raggiro, riunioni motivazionali, premiazioni e umiliazioni. Se non fosse veicolata da questo ritmo e quest’arte di dissacrazione, il libro si mostrerebbe tragico nel rivelare scenari di nuove forme di mobbing, dove gli operatori sono portati a sentirsi dei falliti se mancano il raggiungimento degli obiettivi aziendali. Si ride, anche fino alle lacrime, ma a denti stretti e di un riso amaro. Della modernità e della contemporaneità, infatti,  “Il mondo deve sapere” racconta la faccia contrita e sfruttata del precariato.

 

Questo primo romanzo dell’autrice sarda, che ha raccolto un grande successo anche con il successivo Accabadora, ha ispirato il film di Paolo Virzì, “Tutta la vita davanti”, e un’opera teatrale per la regia di David Emmer.

 

Diverse queste opere lo sono senza dubbio. Eppure in entrambe il volto straniato e straniante della modernità si rivela con ferocia, seppur dissimulata. Non solo; con Italo Svevo come come Michela Murgia, la scrittura diventa mezzo catartico per eccellenza, possibilità di salvezza, strumento per acquisire consapevolezza di se stessi, della società e in definitiva di questo “mal di vivere”.

 

Marina Cabiati

Foto| via www.libreriamillenium.it, www.isbnedizioni.it

 

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