‘Driven Rise’, il terzo granitico album dei RiotGod

riotgod prev - blabbermouth net

I Riotgod (foto via: blabbermouth net)

I Riotgod sono una delle realtà più interessanti nel panorama hard rock/stoner statunitense, soprattutto tra le band di recente formazione. Nati nel 2010 per volere dell’allora batterista dei Monster Magnet Bob Pantella, il quartetto del New Jersey offre un roccioso hard rock dalle venature stoner, nel quale un songwriting immediato, ritmiche granitiche e compatte, e l’ugola roca e potente di Sunshine costituiscono i marchi di fabbrica di un progetto musicale di ottima fattura. Dopo l’esordio omonimo datato 2010 e l’ottimo seguito Invisible Empire dell’anno successivo, i Riotgod sono giunti alla terza prova in studio, intitolata Driven Rise, la prova del nove per capire l’effettivo valore del quartetto.

UN OTTIMO INIZIO – Apre le danze la titletrack Driven Rise, un brano senza compromessi, dove la ricetta musicale targata Riotgod si mostra in tutta la sua essenza: potenza, dinamismo, un cantato aggressivo e graffiante e un assolo veloce, non eccessivamente tecnico ma molto efficace. La successiva Sidewinder è un pezzo veloce e potente dove torna a far capolino una certa vena settantiana: ottimo il contrasto tra le strofe sincopate e un ritornello più aperto e lanciato. Di spessore il lavoro alle chitarre di Garrett Sweeny, in grande spolvero in tutti i pezzi dell’album. Si prosegue quindi con They don’t Know, un lungo e variegato midtempo grantico e ossessivo, che nella seconda parte alza il tiro snodandosi su un terreno più vicino all’hard rock settantiano, prima di un assolo dal tocco psichedelico e una conclusione dal grande groove.

Segue quindi Grenade and Pin, brano dai toni sabbathiani, che non regge il confronto con l’ottimo trittico di apertura che lo ha preceduto, anche se ci si trova di fronte in ogni caso a un buon brano. Con Prime Moment i Riotgod appoggiano delicatamente il piede sul pedale del freno, lasciando spazio alla psichedelia e all’introspezione, in un brano dove il vero protagonista è l’onirica voce di Sunshine, almeno fino all’ingresso delle chitarre attorno alla metà del brano, che virano il pezzo verso una chiusura pastosa e trascinata.

driven rise

La copertina di ‘Driven Rise’ (foto via amazon.de)

SPAZIO ALLA MELODIA – La successiva Positronic è brano di tutt’altra attitudine: una mitragliata di potenza e dinamismo per uno dei capitoli migliori dell’album in termini di songwriting, tiro e intenzione. Davos è un brano dai toni evocativi, sapientemente mescolati a un carattere massiccio e dal forte impatto. Melisandre è un ossessivo midtempo dalle tinte cupe e oscure, mentre You’re my waste of time una ballata di atmosfera, densa e malinconica. Conclude il disco Beg for Power: un’altra prova fatta di acciaio e granito anche se meno scintillante dei brani precedenti.

UNA BUONA CONFERMADriven Rise è senza ombra di dubbio un buon disco, che conferma tutto quello che di buono i Riotgod hanno fatto sentire nella loro, fin ad ora breve, carriera. Giunti alla terza prova in studio ci si aspettava forse il definitivo salto di qualità: Driven Rise somiglia più a una conferma che a un passo in avanti, la cui realizzazione forse è stata solamente rimandata per un futuro, si spera, prossimo. Al di là di queste considerazioni, Driven Rise si lascia ascoltare con piacere e sarà motivo di felicità per gli amanti del rock duro dalle tinte stoner, soprattutto per coloro che già conoscevano la musica dei bravi Riotgod.

Voto: 7

Alberto Staiz

@AlStaiz

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