Downshifting, si guadagna di meno ma si vive di più

E’ il lavoro che cambia noi siamo noi che cambiamo lavoro? Dipende. Per la maggior parte dei grandi manager d’azienda è il lavoro che cambia la loro vita, ma non per tutti è così. Infatti, oggi nel mondo sono tante le persone che, stanche del proprio lavoro stressante, sono pronte a far dietro front. A renderlo noto è un’agenzia londinese che si occupa di ricerche di mercato, Datamonitor, la quale ha stimato che in tutto il mondo i lavoratori potenzialmente inclini a fare downshifting (così si chiama il fenomeno) sarebbero 16 milioni.

Cosa significa Downshifting? Secondo Wikipedia è la scelta da parte di diverse figure di lavoratori di giungere a una libera, volontaria e consapevole riduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero. Se cerchiamo su internet, questo nome identifica una pratica traducibile in scalare marcia, rallentare. In Australia viene chiamato anche Sea-changing, parafrasando una fiction dove la protagonista molla il suo lavoro redditizio e super stressante per andare a vivere in un piccolo villaggio rurale.

Quale è il motivo di questa scelta? Semplice: si preferisce guadagnare di meno, avere meno responsabilità al lavoro, ma vivere meglio, senza stress. Sempre secondo l’agenzia londinese, ogni anno sono circa 260 mila cittadini britannici a fare una scelta di vita che va in questa direzione. La fascia di età? Per lo più è quella che va dai 25 ai 45 anni. La stragrande maggioranza delle persone lo fa non solo cambiando lavoro e quindi regime di vita, ma anche scegliendo di abbandonare la città per andare nelle località costiere, in campagna o addirittura all’estero. E’ il caso di Elena Pallotta, fiorentina, quarantenne, che ha deciso di cambiare tutto: lavoro, progetti, città, nazione, settore di attività e anche stato d’animo.

Elena ha detto basta con una vita difficile e stressante! Pur partendo senza privilegi, Elena in Italia aveva fatto carriera tra la Arthur Andersen, il master all’Insead, il Boston Consulting Group. Era riuscita anche a farsi pagare dall’azienda la villa con la piscina insieme alla Bmw decappottabile. Ma era felice? Questa la domanda che si era posta prima di partire per la Turchia. La risposta evidentemente era no. Quindi Elena ha rinunciato ai simboli del successo per iniziare una nuova vita, lontano da casa e ad Istanbul ha aperto da pochi mesi una gelateria nel quartiere residenziale di Muà. Elena non ha avuto paura. Anzi, ha capito che, anche in un Paese lontano, avrebbe potuto generare un reddito; al massimo avrebbe buttato i suoi risparmi, ma non sarebbe mai finita sotto un ponte. E così è stato.

Il cambio di città/vita è motivato quasi sempre dalla necessità di trovare posti dove il costo della vita è più basso, dove c’è la possibilità di rilassarsi e di passare il proprio tempo libero dedicandosi ai propri hobbies. Occorre essere molto sicuri di sé, perché, a volte, anche non avere più lo stipendio fa paura. Nonostante tutto questo ci sono tante persone disposte a farlo. Un motivo (valido) ci sarà …

Chiara Campanella

Foto via angolo-psicologia.blogspot.com; crisiesviluppo.manageritalia.it

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