Dopo il sisma le botte

Tensione durante la manifestazione romana degli aquilani. 3 feriti nello scontro con la polizia. Maroni: «Accerteremo le responsabilità»

di Nicola Gilardi

Le macerie a L'Aquila dopo il sisma

ROMA – Gli aquilani tornano a far sentire la propria voce. Questa volta hanno scelto di marciare per le vie della Capitale. Molte volte, però, sono stati bloccati dagli agenti di polizia e si sono verificati degli scontri. I feriti sono stati tre, non molti, ma sicuramente troppi per una manifestazione pacifica. A guidare il cortei c’erano il sindaco dell’Aquila Cialente e il deputato aquilano del Pd Giovanni Lolli.

IL CORTEO – Inizialmente doveva trattarsi di un sit-in in Piazza Santi Apostoli. Ma gli aquilani, giunti in massa con i pullman, non hanno voluto rimanere fermi, quasi confinati, nella piazza romana. Sono iniziate le trattative con le forze dell’ordine che hanno permesse un breve tragitto di strada lungo via del Corso. Alle 10 del mattino sono iniziate le forzature ai cordoni dei poliziotti che impedivano l’accesso ai Palazzi governativi. Poi lo sfondamento a via del Plebiscito e il corteo che raggiunge la residenza di Berlusconi.

GLI SCONTRI – Nonostante il tentativo di mediazione, la zona di Palazzo Chigi resta inaccessibile. In questo momento scoppia la violenza e la paura. La polizia reagisce alla pressione degli aquilani. Due ragazzi vengono colpiti alla testa e sanguinano vistosamente. La violenza dura poco. La manifestazione, infatti, è pacifica, composta anche da anziani. Attraverso i megafoni iniziano gli slogan: «A voi le pensioni d’oro e a noi le macerie», «Avviate la ricostruzione». C’è molta rabbia, un anno di frustrazione accumulata e l’oppressione di un futuro che non c’è.

Il ministro Maroni, dopo l’appoggio alle forze dell’ordine, ha dichiarato di voler verificare le effettive responsabilità degli scontri. «Sono sempre favorevole alle manifestazioni quando si svolgono pacificamente e senza violenze: voglio capire perché questa non è andata così, se ci sono responsabilità e da che parte» ha dichiarato.

LE RICHIESTE – Lo scopo della manifestazione è tanto semplice, quanto chiaro: ottenere gli stessi trattamenti delle altre popolazioni terremotate. Presto gli aquilani dovranno pagare le tasse non pagate dal giorno del sisma fino ad oggi. L’economia della zona è bloccata, il centro storico inaccessibile e moltissimi terremotati sono stati sradicai dal proprio territorio. Come è possibile ricominciare se tutto resta fermo?

Le prospettive non sono rosee. Dopo un avvio che faceva ben sperare, non sono seguiti i fatti. Le macerie continuano ad occupare la città e la ricostruzione non si avvia. Durante la giornata, comunque, un risultato è stato ottenuto: il dilazionamento dei pagamenti in 10 anni, non più in 5. Il Pd aveva anche chiesto che la cifra fosse decurtata fino al 40% del totale, ma non è stata accettata dal governo.

Intanto è iniziato lo scarica-barile relativo alle responsabilità relative alla ricostruzione. Berlusconi ha dichiarato: «Il mio compito è di garantire i finanziamenti, la legge affida la ricostruzione agli amministratori locali». La regione Abruzzo, però, ha circa 350 milioni di euro di debiti e gli 800 milioni di euro che dovrebbero essere presto stanziati si ridurrebbero a 450 effettivi per la ricostruzione. Troppi nodi da sciogliere.

Guido Bertolaso ha stimato che per la ricostruzione servano 10 anni e 10 miliardi di euro. Cifre importanti, soprattutto oggi che il Paese sta cercando tagliare i costi. In difesa dell’Aquila è arrivato anche l’appello di Bruno Vespa che ha detto: «La prima, ragionevole richiesta è di garantire un flusso di cassa effettivo di un miliardo di euro all’anno».

Intanto gli aquilani, ma anche i cittadini dei piccoli paesi vicini, anch’essi devastati dal terremoto, aspettano risposte. Dopo 1 anno e mezzo è giusto che queste arrivino.

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