Donne e lavoro: il gap con il genere maschile rischia di aumentare

Donne occupazione mercato del lavoro

La crisi ha portato il divario tra occupazione maschile e femminile dal 0,5% al 0,7%

Roma – Che esista il problema della discriminazione tra gli esseri umani basata sul genere sessuale è cosa risaputa, come si è consapevoli che a subirne maggiormente le conseguenze sia il gentil sesso. Per quanto ci siano stati in questi decenni dei miglioramenti per quanto concerne l’inserimento delle quote rosa in quei settori della società, che in passato erano prerogativa esclusiva degli uomini, si continua ad assistere a dei fenomeni dove la donna è fin troppo discriminata: tra questi c’è l’ambito lavorativo.

Secondo il rapporto redatto dall’ILO (International Labour Organization) Global Employment Trends for Women 2012 (Tendenze globali dell’occupazione femminile 2012), incentrato sull’analisi delle differenze di genere dal punto di vista della disoccupazione, occupazione e vulnerabilità professionale e settoriale, i tassi di disoccupazione delle donne, a livello globale, sono superiori rispetto a quelli degli uomini, con una previsione di peggioramento della situazione nei prossimi anni.

Sembra che la crisi sia d’annoverare tra le cause principali di questa tendenza: prima del suo avvento, infatti, il gap tra occupazione femminile e quella maschile si stava attenuando. I dati a riguardo sono chiari: dal 2002 al 2007 il tasso di disoccupazione delle donne era del 5,8%, superiore rispetto a quello degli uomini di 0,5 punti percentuali. La crisi ha portato questo divario dal 0,5% al 0,7%, togliendo al gentil sesso circa 13 milioni di posti di lavoro. Una riduzione, anche se la differenza di genere nel rapporto impiego-popolazione resta elevata, si è registrata soprattutto in America Latina, in Africa, in Medio Oriente e nei Paesi economicamente avanzati. In definitiva, rispetto agli anni 90, non è stato registrato nessun progresso effettivo, anzi risulta che le donne non soltanto hanno una scelta di occupazione più limitata, ma continuano a essere segregate in particolari tipologie di professioni.

Il rapporto, nelle sue conclusioni, raccomanda l’adozione di misure volte alla protezione sociale in maniera tale da ridurre la vulnerabilità delle donne, di investire nello sviluppo di competenze e nell’istruzione affinché sia facilitato il loro accesso nel mondo del lavoro. Il direttore esecutivo dell’ILO per l’occupazione, José Manuel Salazar-Xirinachs, ha affermato che l’estensione di queste politiche di riduzione delle differenze di genere «possono migliorare significativamente la crescita economica e le condizioni di vita, mentre nei paesi in via di sviluppo possono contribuire alla riduzione della povertà».

Donne occupazione mercato del lavoro

L'Italia si piazza al 82esimo posto nella graduatoria relativa alle disuguaglianze di genere

Per quanto riguarda il nostro Paese, la situazione non può essere di certo definita positiva. In questo caso a ricordare come in Italia il genere femminile continua a subire discriminazioni anche in ambito lavorativo, ci pensa la classifica del Global Gender Report 2012: ottantesimo posto su 135 Paesi nella graduatoria relativa alle disuguaglianze di genere, scendendo di ben sei posizioni rispetto al 2011. E il dato più allarmante riguarda la partecipazione economica e opportunità delle donne: l’Italia si piazza, infatti, al 101esimo posto, anche se è stato registrato un lievissimo incremento dell’occupazione femminile (0,4%). Anche su livello retributivo la discrepanza tra i due generi è evidente: per i lavoratori nel settore privato la retribuzione media per le donne è di 21.678 euro lordi contro i 30.246 euro per gli uomini. Bisogna anche aggiungere che, sebbene le quote rosa rappresentino il 57% degli impiegati, la loro presenza si riduce notevolmente nei livelli più alti: nelle posizioni di dirigenti e professionisti, infatti, troviamo il 60% costituito da uomini. Se si fa riferimento all’intera popolazione italiana, soltanto un terzo delle donne è inserita nel mercato del lavoro, mentre almeno la metà è costituita dagli uomini. Analogo discorso sul fronte pensionistico: le donne, che rappresentano il 47% dei pensionati, percepiscono soltanto il 34% dell’importo complessivo e una su tre prende meno di mille euro al mese. Se si vuole fare un confronto con il genere maschile, basti tener presente che quest’ultimi, nel settore pubblico, percepiscono una pensione media di 26.900 euro l’anno lordi contro i 18.400 delle donne.

Curiosa la spiegazione su questa discriminazione di genere in ambito lavorativo da parte del professore di economia di Harvard, Alberto Alesina, secondo il quale la causa è rinvenibile nelle pratiche agrarie tradizionali di una determinata area geografica. In cosa consiste questa teoria? Nei luoghi, come l’Italia, dove l’agricoltura era fondata sull’utilizzo dell’aratro, si registrano maggiori diseguaglianze di genere. Questo perché l’utilizzo di questo strumento richiedeva una forza fisica maggiore, portando la donna ad occuparsi esclusivamente delle faccende domestiche. In definitiva la pratica di coltivazione del passato sembra aver influito sull’attuale situazione lavorativa della donna.

Al di là della fondatezza o meno di questa teoria antropologica/sociale, risultano interessanti due iniziative volte a fronteggiare questo problema. La prima è il cosiddetto metodo Poar (Piano d’Area per le Pari Opportunità), promosso dal Centro Studi Progetto Donna, che si basa sull’analisi a 360 gradi di come si muove l’azienda verso le risorse umane e, attraverso l’uso di alcuni indicatori, può garantire che un’azienda operi senza discriminazioni di genere. La seconda ha preso il via il 10 dicembre a Milano promossa da Womenomics, sito online d’informazione e community sul tema donne-lavoro-economia. Si tratta del cosiddetto Piano C, la prima esperienza di coworking italiana che offre 6 sale multifunzione, due aree dedicate ai bambini e tutti i servizi che consentono a chi vi lavora di non isolare più il lavoro dalla vita. L’obiettivo di questo progetto è di fare in modo che una donna possa continuare a lavorare anche con dei figli al seguito, senza ritrovarsi nella condizione di dover abbandonare le sue aspirazioni lavorative dopo la maternità, caso che riguarda almeno una donna su tre. Kathi Matsui, analista di Goldman Sachs, nel 1999 elaborò una teoria sostenuta da una tesi molto semplice, ma non per questo efficace: «Più donne entrano nel mercato del lavoro, maggiore è la crescita economica di un paese, più alto è il tasso di crescita demografico».

Giorgio Vischetti

@GVischetti

foto|| infiltrato.it; .womenomics.it; adnkronos.com

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