‘Dodici’ di Zerocalcare – recensione: Rebibbia? Come The Walking Dead

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La copertina di ‘Dodici’, quarto libro di Zerocalcare

Zerocalcare fa Dodici, ma in realtà sono quattro. Dopo La profezia dell’armadillo, Un polpo alla gola e la raccolta Ogni maledetto lunedì (su due), il nuovo fenomeno del fumetto made in Italy cala il poker. E lo fa senza snaturarsi, anzi. Sancendo la nascita di un vero e proprio stile Zerocalcare, il cui filo conduttore è la nostalgia. Degli anni ’90, ma anche – soprattutto, probabilmente – della sua Roma Rebibbiocentrica.

ZOMBIE A REBIBBIA - Un’occhiata alla copertina e si entra subito in clima The Walking Dead. Zero con gli occhi sbarrati, difeso dall’assalto dei non-morti da Secco, Cinghiale ed una Katja con tanto di spadone, che fa pensare subito alla misteriosa e letale Michonne di Kirkman. Michele Rech, 30 anni a dicembre, è un “tossico dichiarato” di serie televisive, e che i protagonisti di Dodici siano gli zombie (“proletariato”, non come i vampiri che sono “i tronisti del soprannaturale”, vedi La profezia dell’armadillo) forse sorprende poco nei giorni in cui si (stra)parla della quarta stagione di TWD. Quello che sorprende, come sempre, è l’approccio. A differenza di chi ha conosciuto Zerocalcare in versione sprinter attraverso le strisce ad alto impatto mediatico del suo blog, lo Zerocalcare mezzofondista, che si cimenta sulle distanze narrative medio-lunghe, apre nuovi spazi di riflessione senza snaturarsi. La scritta Rebibbia regna della quarta di copertina è molto più che goliardìa.

La narrazione ribalta i canoni standard, alternando il presente (in bianco e nero Zerocalcare-style, con inserti rossi per le lingue e l’immancabile sangue a fiotti) con i flashback a colori. I quattro amici progettano la fuga da Rebibbia, invasa dagli zombie, verso “le sacche di resistenza di Tivoli”. La fuga, unica via d’uscita, è interrotta ad intervalli regolari dai flussi di coscienza di Zero, attore non protagonista dopo essere finito misteriosamente in coma. Loro vogliono fuggire, lui a Rebibbia ci vorrebbe morire.

Ed è proprio Rebibbia la protagonista non dichiarata di Dodici. Rebibbia ha il ritmo lento “come una lagna dei Radiohead”, Rebibbia è l’attesa di chi aspetta dentro il carcere e l’attesa di chi aspetta fuori. A Rebibbia non succede mai nulla, ma, quando succede qualcosa, devi essere lì per viverlo. “Un niente in un equilibrio fragilissimo”. Una sensazione di appartenenza extra-metropolitana.

(MINI)SPOILER ZONE - Se non volete rovinarvi la sorpresa, fermatevi qui. Se siete curiosi – e lo sarete – proseguite pure. Tra una suggestione e l’altra, come sempre, si ride. Si ride per le statistiche sessuali di Cinghiale, per il Cristo di Hokuto, per il mini scontro in stile Mortal Kombat tra la scimmia del “raccontami” ed il piccione dello “sticazzi”. Il plumcake verrà rimpiazzato dal Soldino, ma avrà il suo momento di gloria. Perchè Dodici? Pazientate. L’armadillo? Idem come sopra. Il finale? Vi basti sapere che non chiude, o almeno non del tutto. Eppure immaginare un seguito sarebbe difficile. Non riuscire a capire cosa c’è dopo l’ultima pagina, volerne subito ancora e non sapere se ce ne sarà mai. Non sembra proprio il finale di una puntata di The Walking Dead?

Francesco Guarino
@fraguarino

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