Dirigenti Google a giudizio per video di ragazzo down

Per i pm i quattro avevano «un obbligo giuridico di impedire l’ evento» e dovevano predisporre una informativa sulla privacy visibile nel momento in cui l’ utente caricava il file sul sito

di Carlo Caserta

MILANO – Nel giugno del 2006 quattro ragazzini in una scuola Torinese decidono, spinti dalla noia, di divertirsi a modo loro e per farlo non esitano a prendere di mira un loro compagno di classe, insultando e  sbeffeggiando il malcapitato: a rendere ancora più increscioso l’accaduto è il fatto che oggetto delle attenzioni  dei quattro fosse un ragazzo affetto da sindrome di down.

I quattro ragazzi filmano l’accaduto, con l’ausilio di un videofonino,  e condividono in rete il video della loro bravata, utilizzando il servizio GoogleVideo.

In pochi mesi il video diviene uno dei più cliccati della rete e rimane on line fino al novembre 2006: infatti, a seguito delle denunce da parte del padre del ragazzo e dell’associazione ViviDown , il video viene rimosso.

La querelle continua e arriva in tribunale, infatti i pm di Milano, Alfredo Robledo e Francesco Cajani, hanno chiesto la condanna a pene comprese tra 6 mesi e un anno di reclusione, per quattro dirigenti ed ex dirigenti di Google accusati di concorso in diffamazione e violazione della privacy.

Si viene a costituire, così, un processo che vede come imputato Google, reo di non aver debitamente controllato il video prima di diffonderlo o quantomeno reo di non aver rimosso il video una volta accortosi del contenuto: infatti, come affermano i pm, “non è un problema di libertà, ma di responsabilità”.

Le parti civili di questo processo sono assolte dall’associazione ViviDown, che per la determinazione del risarcimento si è rimessa alla decisione del giudice, e dal Comune di Milano, che ha chiesto un risarcimento di 150.000 euro per danni morali e 150.000 euro per danni morali. Il prossimo 16 gennaio ci sarà un ulteriore udienza in cui ci sarà la replica della difesa.

Ci sono stati altri casi analoghi a questo appena citato, casi in cui bisognava decidere quale e quanta responsabilità attribuire ai fornitori di servizi online per i contenuti pubblicati dagli utenti, ed ogni paese applica delle proprie regole e, quindi, fornisce delle interpretazioni diverse.

In italia si tratta del primo processo relativo alla pubblicazione, ed alla libertà di diffusione, di contenuti web e il suo epilogo costituirà il “precedente” sul quale si baseranno le eventuali future lotte legali.

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