Digital Life 2. Quando la tecnologia stupisce e diventa arte

 

Rheo: 5 Horizons di R. Kurokawa

ROMA – Nei percorsi del Romaeuropa Festival 2011, apertisi lo scorso 7 ottobre e guidati da un imperativo che è anche lo slogan della manifestazione, Try the impossible, uno conduce a Largo Ascianghi 5, dove l’edificio progettato da Luigi Moretti nel 1933 per divenire sede della Gioventù Italiana del Littorio ospita la II edizione di Digital Life. Al centro è quella tecnologia digitale con cui ogni giorno ci confrontiamo e che, nello stesso momento in cui la conosciamo come parte della nostra vita quotidiana, da qualche altra parte già sta compiendo nuovi passi avanti, aprendo universi di cui non avremmo mai sospettato l’esistenza.

Piegano al proprio volere creativo questa tecnologia 14 diversi artisti, tra cui alcuni gruppi e collettivi, abbracciando fin dall’inizio lo spettatore in un flusso d’amorosi sensi. Avvolgente, stupefacente ed emozionale. Sì perché a discapito di un senso di distaccata freddezza che l’idea d tecnologia può evocare, i protagonisti di Digital Life 2 hanno saputo rendere ciò è macchina, tecnica, leggi matematiche e sistemi informatici – ciò che insomma è sinonimo di reale – un sistema di sensazioni ed esperienze emotive, un mondo meraviglioso e fantastico. Lo dice, in definitiva, il sottotitolo stesso dell’esposizione, la cui valenza si comprende davvero solo durante la visita, senza dubbio molto dopo aver ricevuto in biglietteria un misterioso aggeggio da tenere al collo, in grado di rilevare ogni spostamento nell’area espositiva.

Accolti dal progetto The future Mood del CATTID (Centro per le Applicazioni della Televisione e delle Tecniche di Istruzione a Distanza), che mira a rappresentare in maniera interattiva, dinamica e a colori l’umore degli italiani, si resta letteralmente imprigionati nell’istallazione The Ge-Dhir Journey di BCAA, applicazione del Motion capture che rileva i corpi e il loro movimento mettendo in moto un sistema di interazioni visive e sonore.

Suono e immagini restano le costanti di molte delle opere offerte allo spettatore, a partire dalle già note sperimentazioni di Carsten Nicolai, conosciuto ai più con lo pseudonimo di Alva Noto, qui sintetizzate nel progetto Aoyama Space: una serie di modelli ‘in miniatura’ di spazi capaci di ospitare istallazioni in cui la luce, sincronizzata su ritmi e sonorità di frequenza variabile, modifica la percezione e la concezione stessa degli spazi. Suoni che generano immagini sono alla base anche della scultura audiovisuale del giapponese Ryoichi Kurokawa (Rheo: 5 horizons), mentre in Superfici sonore di Denis Venturelli sono lunghe strisce di materiale isolante a creare, mosse dal vento, rumori e suggestive figure.

80 East 11th Strett di C. Marclay

Il binomio reale-immaginario costituisce il riferimento principe di opere che paiono a metà tra la vita e il sogno, dalle fotografie subacquee di Giuseppe La Spada (Afleur), con sinuose figure fluttuanti in un’atmosfera ovattata,  alla porta chiusa di Christian Marclay (80 East 11th street), oltre la quale si coglie il suono della vita, persone che parlano o litigano, i rumori della vita quotidiana, solo suggeriti all’immaginazione, ma celati alla vista. Reale e immaginato si fondono in definitiva anche nel lavoro del video artista Quayola, che nel suo Strata # 4, trasforma il figurativo di dipinti a soggetto sacro di Rubens e Van Dyck in astrazione geometrica mediante un apposito software che traduce le immagini nel rispetto delle leggi cromatiche e di proporzione.

Digital Life 2 parla lingue diverse, ed ognuna è un media tecnologico applicato in un contesto dove lo scopo esula da quello più tradizionale e consueto delle innovazioni tecnologiche, avere cioè un’utilità pratica, a favore di esigenze creative ed espressive. E’ così per l’artista concettuale Marina Abramovic, presente con una gigantografia dalla sua performance The Biography, come per i creativi che sfruttano le riprese video per indagare il mondo dei sentimenti più intimi dell’animo umano (Serendipity di Masbedo, alias Nicolò Masazza e Jacopo Bedogni), per riflettere sui concetti di distanza e vicinanza (Safety Distance di Daniele Spanò), per esplorare l’illusorietà della resa spaziale della vista umana che combina i ‘distretti visivi’ dell’occhio destro e di quello sinistro (Double District di Saburo Teshigawara), per riportare alla fisicità della meccanica – in ‘sculture produttrici di musica’ che hanno insieme il sapore dei ready made di Duchamp e delle costruzioni impossibili di Munari – ciò che grazie a sistemi informatici è divenuto astratto (Felix’s machines di Felix Thorn).

E se gli ammassi di ferraglie e led luminosi delle macchine sonore di Felix traducono in azione un’idea come una composizione musicale creata al pc, il Progetto abLimen di Santasangre + The Pool Factory pare trasformare in magica visione un’azione fisica come quella del muoversi tra le sale della mostra. E così in un ologramma simile ad una grossa cellula fluttuante, un ologramma che si plasma e cambia forma in maniera imprevedibile, si visualizzano i passi dei visitatori registrati da un minuscolo sensore che questi, senza accorgersene e senza dubbio dimenticandosene, hanno portato appeso al collo da quando sono entrati.

 

Digital Life 2

Roma – Ex Gil – Largo Ascianghi 5 (Trastevere)

Martedì – venerdì, 16-23

Sabato – Domenica, 12-23

Biglietto: Intero € 7 – Ridotto € 5

Laura Dabbene

foto artribune.it; artco.blogsfere.it; ied.it

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