Diario di bordo: verso la Città Santa

All'interno di uno Sherut

Arrivare in Israele nel mese di settembre si può rivelare la scelta migliore ed al contempo la peggiore da compiere; migliore per il curioso e l’osservatore, peggiore per il viaggiatore impenitente ed “appiedato”.

Quattro feste religiose ebraiche, una dopo l’altra, si sono susseguite quest’anno durante tutto il mese, stimolando sì la mia curiosità, ma anche inibendo le opportunità motorie a mia disposizione poiché, come accade durante lo shabbat – la festa del riposo –, la quasi totalità dei mezzi pubblici non è disponibile.

Ebbene, io ed il mio amico Ygor decidiamo di visitare Gerusalemme proprio a cavallo tra il capodanno ebraico, uno shabbat come tanti, ed il Ramadan (tanto per complicarci la vita), che rischia di creare non pochi problemi soprattutto al mio accompagnatore che, arrivando direttamente da Amman, in Giordania, deve varcare una frontiera non sempre aperta.

Ygor prenderà quindi un taxi sino a Ponte Allenby, una delle tre zone di frontiera al confine tra Israele e la Giordania; io invece raggiungerò la Città Santa con un curioso mezzo chiamato sherut, un taxi collettivo indispensabile per spostarsi durante le feste. Questi simpatici pulmini prestano servizio lungo tratte prestabilite, sono più veloci e poco più costosi degli autobus, e quel che è interessante è che molti di essi circolano per tutta la settimana, 24 ore su 24.

Salgo sul mio primo sherut alle cinque di un giovedì pomeriggio, alla stazione centrale degli autobus di Tel Aviv; faccio per pagare il biglietto ma l’autista mi fa cenno di sedermi, col solito fare sgarbato che curiosamente contraddistingue, senza alcuna eccezione, tutti gli autisti israeliani da me incontrati fino ad ora. Mimo allora il gesto dei miei vicini di posto e faccio passare di mano in mano i 22 shekelim del biglietto corrispondenti a poco più di 4 euro – sinché l’inconsueto testimone non arriva all’autista, il quale, con la destrezza di un Giano bifronte, presta attenzione sia alla strada sia alla contabilità.

Jaffa Road, Gerusalemme

Arrivati a destinazione, dopo circa quaranta minuti di viaggio, da subito mi accorgo di come Gerusalemme sia molto diversa da Tel Aviv; e ciò non solo per il clima più freddo o per i suoi quasi 3000 anni di storia in più rispetto alla Collina della Primavera (significato letterale di Tel Aviv). Qui i bar, i ristoranti e i locali ci sono, ma sembrano non farsi notare, o comunque di sicuro non sono i protagonisti della città, dove invece sono palpabili la maggiore tensione interna e la particolare carica religiosa.

Parlo di “tensione” perché Gerusalemme è la città contesa, come capitale da un lato del popolo israeliano, dall’altro del popolo palestinese, ma che mal sopporta di essere divisa. La parte occidentale appartiene infatti ad Israele, di cui ne è la capitale, nonostante in una legge fondamentale emanata negli anni Ottanta si rivendichi la sovranità sull’intera città; la parte orientale è invece attualmente sottoposta ad occupazione militare israeliana, benché nei colloqui di pace venga sovente menzionata come capitale di un futuro Stato palestinese. E la tensione si percepisce per le strade, dove ebrei ed arabi prevalentemente musulmani sembrano ignorarsi, preferiscono frequentare posti diversi e talvolta prendere mezzi di trasporto differenti, come mi spiegheranno alcuni compagni di università che vivono in città. Qui il conflitto si sente, è vissuto profondamente dai suoi abitanti, diversamente da quanto accade a Tel Aviv, città perfetta per chi ha voglia di sentirsi un cittadino del mondo e chi, come tanti, ha voglia di dimenticare, almeno per un attimo, di vivere una realtà alquanto complicata.

Parlo poi di “carica religiosa” perché Gerusalemme è la Città Santa, lo è da millenni, lo è anche oggi, ed è in questo senso unità indivisibile per via della propria appartenenza culturale all’umanità intera. Le tre maggiori religioni monoteiste, quella ebraica, musulmana e cristiana, ritrovano qui importanti luoghi di culto, che spesso si sovrappongono un po’ goffamente, come accade ad esempio per il Monte del Tempio – meglio noto come Spianata delle Moschee – all’interno della Città Vecchia, dove Jahvé, il Dio ebraico, fondò il mondo e quello da cui Maometto ascese al cielo per raggiungere Allah.

Donna ebrea in abbigliamento tradizionale

Ho ancora un po’ di tempo prima del mio incontro con Ygor, mi avvio perciò verso la Città Vecchia, zona in cui sono racchiusi i maggiori luoghi santi di tutta Israele e del resto della Palestina storica. E mentre percorro la lunga ed assolata Jaffa Road, noto con curiosità che la maggior parte delle persone che incontro veste in maniera tradizionale: le donne ebree portano gonne lunghe almeno sin sotto il ginocchio, castigate camicie color pastello ed un fazzoletto legato dietro la nuca. Gli uomini ebrei indossano quasi tutti la kippah, un berretto di forma circolare di diverse fogge e fantasie, spesso tenuto saldo in capo con una forcina. L’abito è sempre scuro: pantaloni e giacca, con camicia bianca, dalla quale possono sporgere le frange del talet o tallit, un mantello che si indossa durante la preghiera. Mi capita di vedere copricapi diversi, come cappelli cilindrici o altri interamente costituiti di pelliccia, questi ultimi chiaramente indossati da comunità askhenazite provenienti dalle fredde terre dell’Europa centro-orientale. I riccioli che pendono dalle tempie degli uomini più ortodossi e dei loro figli maschi derivano non da una particolare tradizione, ma direttamente da una prescrizione presente nel Levitico: non radersi significa non rischiare di ferirsi e deturpare così l’immagine di Dio nell’uomo. Incontro poi donne musulmane con lunghi e coprenti abiti scuri ed un fazzoletto legato sotto il mento, spesso sole o accerchiate da bambini.

Abbigliamento ortodosso

La mia esperienza nella Città Santa comincia in realtà solo quando arrivo di fronte ad una delle enormi porte che ne permettono l’accesso attraverso la cinta muraria, quella che circonda la Città Vecchia di Gerusalemme. Sono pronta ad entrare.

LISA

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