Diario di Bordo: uno Shabbat ad Efrat

Challa, il pane dello shabbat

Morbida seta bianca, gonne vistose di tulle, stretti corpetti, guanti con piccoli nastrini al gomito e lucidi coprispalle in taffetà. Mi trovo in un luminoso negozio di abiti da sposa, una breve sosta necessaria affinché Lara confermi la scelta del proprio vestito, prima di andare a fare shabbat dai suoi zii dai quali sono stata gentilmente invitata. La mia coinquilina sudafricana scuote nervosamente il capo riccio e biondo mentre parla con la commessa: a breve diventerà moglie e ogni particolare deve essere curato.

Nonostante l’invito ricevuto non potrò esserci poiché i miei quasi quattro mesi stanno per terminare ed io ho già prenotato un biglietto del ritorno verso l’Italia; ma non posso non apprezzare lo sforzo fatto da Lara nel rendermi partecipe dell’evento: dalla scelta del vestito all’assaggio del menù nel pomposo ristorante di Tel Aviv dove, fra l’altro, verrà sistemato il gazebo in cui il rabbino andrà a celebrare il rito. In sinagoga i futuri coniugi si recano infatti unicamente poco prima del matrimonio, per pregare.

Oded, il fidanzato di Lara, ci aspetta visibilmente spazientito. Dopo meno di quindici minuti siamo nuovamente in macchina, diretti verso Efrat.

Insediamento di Gush Etzion ed il Muro

Efrat è un insediamento israeliano del complesso di Gush Etzion, situato aldilà della linea di confine armistiziale del 1949, ovvero nei territori palestinesi. Vi arriviamo attraversando una strada protetta per alcuni chilometri da un alto muro; questi insediamenti sono infatti stati creati nei pressi di numerosi villaggi arabi, dai quali spesso vengono lanciate pietre con l’obbiettivo di colpire i mezzi che transitano lungo la strada costruita dai poco graditi vicini di casa.

Check point all’entrata, check point all’uscita: soltanto agli ebrei è consentito abitare negli insediamenti, ed i palestinesi che vi entrano devono essere muniti di un valido visto di lavoro. Efrat dall’interno sembra un posto quasi idilliaco: niente caos, case ordinate, fontane e tanto verde. E’ probabilmente l’omogeneità etnico-religiosa a rendere il villaggio così clamorosamente e spaventosamente quieto.

Ma veniamo al nostro shabbat. La villetta che ospita la numerosa famiglia di Lara è in realtà un edificio poco curato. Le stanze sono spalmate su tre angusti piani e l’arredamento è simpaticamente sconclusionato, lasciato al caso e all’improvvisazione. Colta come da un incurabile horror vacui, la padrona di casa ha riempito la casa di cianfrusaglie e chincaglierie; mi imbatto in pareti con appesi cucchiaini con manici diversi, piccole e grandi foto ricordo. Sugli scaffali di armadi soprammobili di legno, libri e vecchi giornali in inglese ed ebraico. Gli zii di Lara sono infatti anche loro di origine sudafricana, ma hanno cresciuto i loro tre figli, tutti sposati, in Israele.

Sono già le tre del pomeriggio e bisogna sbrigarsi, lo shabbat comincia al tramonto e da quel momento non è più consentito lavorare, accendere le luci o fare tante altre attività che implichino sforzi eccessivi. I palloncini colorati per la festa di compleanno della nipotina più piccola non si possono più gonfiare, i fornelli devono rimanere spenti, la macchina parcheggiata nel garage, i cellulari riposti. Lo shabbat è la festa che celebra la creazione del mondo, il giorno in cui Dio si è riposato dopo sei giorni di sforzo creativo. Ogni famiglia religiosa, celebrando lo shabbat, compie una buona azione (detta mitzvah), che permette all’uomo di avvicinarsi a Dio.

Si fanno le sei del pomeriggio e nella sala da pranzo, con la tavola già imbandita per diciotto persone, sono riunite ben quattro diverse generazioni: la più anziana è la sorridente nonna, sudafricana, che, nonostante cammini con difficoltà, cerca di dare il suo contributo sistemando con convinzione ciò che le appare fuori posto sulla tavola già pronta. Ci sono i padroni di casa, gli zii di Lara, affiancati dai tre figli con rispettivi coniugi e prole. Parlano quasi tutti in ebraico, lasciandomi fantasticare e riflettere.

Halva, dolce tipico

I riti sono tanti ed interessanti; le donne della casa accendono le candele, una per ogni membro femminile della famiglia e per ciascun figlio. Ma è il padrone di casa a condurre le preghiere; è lui infatti che benedice i figli e i nipoti posando loro una mano sul capo e recitando una breve preghiera. E’ lui che benedice il vino ed il pane (detto challa) e li porge a tutti i commensali, con dei gesti che ricordano nitidamente, per un cristiano, l’ultima cena di Gesù Cristo nel monte degli Ulivi. E’ infine lui che chiude lo shabbat con la Havdalah: dopo ogni sabato lo spirito dell’ebreo osservante è più grande e, il padre di famiglia, dopo la preghiera, fa annusare un intruglio fatto di spezie e sali minerali per ricostituire il corpo esausto dallo sforzo compiuto.

Lasciamo la casa solamente appena, di sabato, compaiono le prime tre stelle in cielo, perché solo allora la tradizione vuole che lo shabbat abbia fine. Sarà, questo, l’ultimo shabbat del mio viaggio.

LISA

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