Diario di Bordo: sposarsi a vent’anni in Israele

Una giovane moglie aspetta il marito fuori da una sinagoga

Tel Aviv - Lara è una ragazza di 26 anni che, terminati gli studi, ha la data del matrimonio fissata per il prossimo dicembre, dopo un anno di fidanzamento e 2 mesi di preparazione presso il rabbinato locale. Non è la prima coppia di sposi giovanissimi che incontro, e sicuramente non sarà l’ultima, penso tra me.

I primi giovani coniugi li ho conosciuti in aereo, Ori e Nurit, 25 e 22 anni. La conversazione con Ori è cominciata quando, vedendomi impegnata con il frasario di ebraico, si è sentito di rassicurarmi sul fatto che in Israele l’inglese sia una lingua molto diffusa; i due giovani mi raccontano poi di essersi conosciuti durante il servizio militare e di come, dopo due anni di fidanzamento, abbiano deciso di sposarsi, non avendo nessun motivo per attendere oltre.

Altre coppie di coniugi le incontro all’università ed in qualsiasi luogo pubblico. Durante una festicciola pomeridiana nell’isolato moshav di Kfar Malal, un villaggio non lontano da Herzliya, è stato interessante notare che la quasi totalità delle persone presenti avesse la fede al dito. Ragazzi come tanti altri, ben istruiti, immersi nella modernità: ballano, bevono, scherzano, vivendo l’impegno coniugale senza rinunciare a vivere la propria età. I figli? Per quelli c’è tempo, a meno che non si tratti di una coppia particolarmente religiosa od ortodossa.

Sono ragazzi che raggiungono l’indipendenza economica molto prima rispetto ai loro coetanei italiani: in Israele, dopo il servizio militare, si può scegliere di andare a vivere da soli o, eventualmente, in coppia. Conciliare lavoro e studio è tutt’altro che infrequente, sforzo che rende i ragazzi poco più che ventenni particolarmente responsabili.

Tutte le giovani coppie che ho incontrato fino ad oggi si sono unite con rito religioso presso una corte rabbinica. Non che in tal modo si possa automaticamente trarre un giudizio sulla loro religiosità: accade spesso che si dichiarino non tanto osservanti, quanto piuttosto tradizionalisti. Si tratta inoltre del modo più semplice per formalizzare la propria unione qui in Israele, dove non è ammesso il rito civile. Ci si può sposare all’estero o si può firmare un contratto privato di matrimonio, essendo poi sì riconosciuto dalle corti generali dello Stato (che hanno una competenza unicamente residuale in materia penale e civile), ma non da quelle religiose. Ognuna delle 14 comunità religiose riconosciute (una decina sono cristiane, poi ci sono quelle ebrea, musulmana, drusa e bahai) ha infatti giurisdizione esclusiva in materia di matrimonio, divorzio e questioni connesse. Ne risulta che persone atee, non religiose e non appartenenti alle comunità riconosciute, celebrino sovente tale rito all’estero.

Padre e figli ortodossi nel quartiere di Florentine, Tel Aviv

Una pecca, questa, del processo di secolarizzazione? Forse sì, devo ammettere. La mia ricerca estenuante di elementi di modernità in quella che si considera la democrazia del Medio Oriente si inceppa per un attimo su questa nevralgica questione. Rifletto.

Penso alla storia dello Stato, fortemente influenzata del passato ottomano con la sua organizzazione territoriale in millet, comunità non musulmane autonome ed autogestite. Penso al 1948 ed alla scelta di non imprimere in una costituzione scritta né l’organizzazione dei poteri pubblici dello Stato, né tampoco la disciplina del rapporto tra Stato e religione, a tutt’oggi non chiaro. Penso che in Israele, nonostante vi sia una totale libertà di religione, sia probabilmente più difficile vedersi pienamente garantita la libertà dalla religione.

Di fatto la tradizione entra capillarmente nella quotidianità delle famiglie ebraiche, più di quanto non accada nella nostra Europa. E tradizione significa rispetto delle norme alimentari, la celebrazione dello shabbat (festa del riposo che viene osservata il sabato) e delle feste religiose con riti che prevedono canti e preghiere prima e dopo i pasti. Durante tali celebrazioni, a partire dal tramonto, cala il silenzio in Israele. Il venerdì sera, autobus di linea e treni smettono di passare, i negozi chiudono, le famiglie religiose rimangono in casa, talvolta a luce spenta, per onorare il giorno di riposo ebraico.

Certo, la Tel Aviv dei giovani non muore completamente, con i suoi ristoranti e locali non kasher sempre aperti. Ma il sabato ebraico resta il giorno di riposo nazionale. È la nostra domenica, in fondo, con qualche regoletta in più da rispettare.

Lascio stare queste considerazioni ed in camera, seduta su un letto Ikea abbastanza grande da farsi all’occorrenza scrivania, apro la mia inseparabile Lonely Planet – la mia guida, per intenderci – alla pagina su “Gerusalemme”, la prossima tappa di questo viaggio.

LISA

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