Diario di bordo: Gerusalemme, tra conflitto e fede

Via della città vecchia

Gerusalemme – È la calda luce arancione di un sole che va tramontando ad illuminare, al mio ingresso, le mura della Città Vecchia. Il centro turistico situato a pochi passi dalla Porta di Giaffa, in cui mi trovo, è già chiuso ed ho a disposizione ben pochi strumenti per cercare il mio ostello, prima che cali completamente il sole: una vecchia cartina della città prestatami da Lara, il mio sottosviluppato senso dell’orientamento e la conoscenza e buona fede della gente del posto.

Muoversi all’interno della Città Vecchia è tutt’altro che semplice: divisa in quattro quartieri, i cui rispettivi confini sono spesso non chiaramente individuabili (precisamente il quartiere ebraico, cristiano, musulmano ed armeno), si sviluppa in un labirintico reticolo di strade strette ed affollate, interamente lastricate in pietra e con un’infinità di colorati e profumati baracchini sistemati lungo i lati. Tutte insieme queste strade formano un immenso shuk, un mercato mediorientale in cui si vendono spezie, tessuti più o meno pregiati, statuette ed oggetti votivi; non mancano poi panettieri, macellai, venditori di souvenir e chioschi in cui è possibile mangiare il popolarissimo shawarma, panino solitamente di forma arrotondata e piatta, detto pita, a base di carne speziata – molto simile al più noto kebab – condito a sua volta con insalata di cetrioli e pomodoro, hummus (una crema a base di ceci, aglio e succo di limone), tahina (crema molto più oleosa dell’hummus, a base di semi di sesamo) ed altri ingredienti a piacimento.

Ingresso dell'ostello

Mi immergo in questo fantastico caos e trovo l’ostello un po’ per caso, un po’ grazie all’aiuto del terzo strumento tra quelli riferiti prima: la gente del posto. Faccio il check-in in un economico ostello che occupa un edificio risalente a circa 500 anni fa, con corridoi stretti, pietra grezza, soffitti bassi ed arazzi arabi rossi e bordeaux appesi alle pareti. Il tempo di sistemarmi e mi ritrovo inaspettatamente a chiacchierare con dei giovanissimi e solitari viaggiatori; con l’euforico gruppetto, composto ora da sette-otto persone, decidiamo di fare una passeggiata sino al Muro del Pianto, che appare innanzi ai miei occhi dopo un breve tragitto lungo vie meno affollate e dopo un rapido controllo all’ingresso effettuato dalla polizia israeliana.

Muro del Pianto e Cupola della Roccia

È esattamente dal luogo più controverso di tutta la Città Vecchia di Gerusalemme che comincia la mia esplorazione dei luoghi santi; il Muro poggia infatti sulla spianata delle Moschee, area sensibilissima poiché sacra sia per i musulmani, sia per gli ebrei. Il Muro rappresenta ciò che rimane, dalla distruzione ai tempi della Roma imperiale, del Secondo Tempio, considerato dall’ebraismo come la residenza terrena di Dio. Se qui ebrei, uomini e donne (quest’ultime in una porzione di Muro più ristretta e separata da quella maschile), pregano, talvolta oscillando avanti e indietro sui talloni, ad una manciata di metri i musulmani vengono accolti nella moschea di Al-Aqsa, vicina alla dorata Cupola della Roccia. L’area che ospita la cupola è nota come Monte del Tempio e, come già accennato altrove (v. Diario di bordo: verso la Città Santa, 14.XI.2010), è un luogo sacro anche per gli ebrei. Spiritualità, forza e contrasto caratterizzano questa parte di Gerusalemme; lo percepisco con maggiore vigore quando, allontanandomi un attimo dall’area principale, noto i polverosi scavi vicini ai luoghi di culto: l’area contesa non è solo quella della superficie, ma anche il sottosuolo non ancora interamente esplorato.

Pietra dell'Unzione, Basilica Santo Sepolcro

Se questa latente conflittualità non mi sorprende, mi lascia invece alquanto perplessa e pensierosa ciò a cui assisto il giorno seguente, nella Basilica del Santo Sepolcro, nel cuore del quartiere cristiano. Sono in compagnia del mio amico Ygor, finalmente arrivato dopo un turbolento attraversamento della frontiera giordana, ed insieme constatiamo come anche un luogo di culto, ontologicamente pacifico, possa in realtà essere teatro di piccole tensioni: cristiani cattolici, greco-ortodossi, copti, etiopi, armeni, rivendicano ancora il monopolio religioso esclusivo di alcune cappelle o sezioni della possente Basilica. È per tale ragione che, quella mattina stessa, non riusciamo a visitare la cappella armena di San Giovanni: l’ingresso viene improvvisamente sbarrato da un uomo barbuto in lunga tunica marrone, dopo aver mandato via, con modi poco cortesi, una donna invece piuttosto determinata a rimanere.

Bambini che giocano alla guerra

Si tratta probabilmente di una manifestazione della profonda “autenticità” della Gerusalemme vecchia: autentici sono i millenari luoghi di culto, le Chiese cristiane, i monasteri etiopici, le moschee del quartiere musulmano, la Via Crucis lungo la via Dolorosa, gli edifici islamici dell’epoca ottomana dei Mamelucchi, i resti delle sinagoghe nel quartiere ebraico, raso quasi interamente al suolo dopo la prima guerra arabo-israeliana del 1948, così il monte degli Ulivi al di fuori della città, il suo immenso cimitero ebraico, il Cenacolo e la Tomba di re David; ed autentici sono i bambini armati di pistole giocattolo che per la strada – ci dicono – giocano non a “guardie e ladri” ma ad “ebrei ed arabi”; autentico è il commerciante arabo che storce il naso di fronte ad uno Shalom (saluto ebraico) reso da un turista impacciato; autentico è il diacono che sbarra le porte di una chiesa e la ressa soffocante nei pressi di una stazione della Via Crucis.

Stazione della Via Crucis, via Dolorosa

Mi addormento con questi pensieri sul tetto dell’ostello, dove io, Ygor ed altri avventurieri abbiamo affittato un materasso ed una coperta per 44 shekelim (poco più di 8 euro). Si è fatta già sera e la giornata è stata intensa. La prima visita di Gerusalemme si conclude così, avendo nelle orecchie il suono delle campane di una Chiesa sovrapposte all’ultimo richiamo musulmano alla preghiera della giornata, diffuso dal megafono di una moschea.

LISA

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